• Puccio Duni

Salone del Mobile 2019, pro e contro


La manifestazione internazionale milanese, punto di riferimento e d'incontro per il settore dell'arredo e del design, visitata e giudicata da un esperto

"UP 5 & 6" di Gaetano Pesce lanciata con B & B Italia nel 1969, in Piazza Duomo a Milano che focalizza l'attenzione sulla violenza contro le donne

Raccontare il salone del mobile è un’impresa praticamente impossibile quanto può esserlo visitare una serie sterminata di padiglioni come quelli contenuti alla fiera di Milano e aggirarsi per tutta la città alla ricerca di 1.400 eventi che si svolgono in una settimana di metà aprile in una Milano completamente esaurita e volta a sfruttare i malcapitati in ogni modo e maniera. Pur avendo visitato, nella mia carriera, quasi 50 saloni, non sono ovviamente riuscito ad elaborare una visione su quali possano essere le tendenze e le previsioni perché ormai nel design tutto è possibile, tutto è di moda, tutto fa tendenza. Certo, qualcosa sparisce per consunzione e certe essenze, colori e materiali conoscono flessioni o ritorni ciclici, ma costruire su questo un algoritmo può riuscire solo ai maghi dei computer che però non potranno mai darci una visione dell’offerta nel settore della casa che abbia una qualche validità.

Anche gli stessi leitmotiv imperanti legati alla sostenibilità e all’economia circolare sono stati ampiamente digeriti da tutto il settore dell'arredamento, costituiscono un mantra non facilmente aggirabile e vengono dati per scontati. Solo qualche quotidiano a corto di argomenti li rispolvera e li spaccia per novità. Quello che balza all’occhio del visitatore attento è l’attenzione degli addetti ai lavori nei confronti della casa, il che potrebbe rappresentare un incentivo agli investimenti delle aziende produttrici, ma considerando che per le imprese del comparto il mercato italiano rappresenta dal 20 al 30% della produzione mondiale, la contraddizione è evidente per cui crescono le aziende ma si rarefanno i consumatori che girano, girano e poi finiscono all’Ikea, la grande assente ma la più gettonata dal mercato.

Nel turbinio delle immagini accumulate in quella settimana milanese spicca in Piazza Duomo la presenza della “Up” di Gaetano Pesce in versione maxi, trafitta da mille frecce a rappresentare la condizione della donna angariata e offesa e con la palla al piede senza che il fenomeno accenni ad una vera inversione di tendenza. L’iniziativa che valorizza questa icona del design italiano ha finalmente dato un segno della volontà di coinvolgere la città con l’esposizione, nel luogo più rappresentativo, di un segno quanto mai significativo. Riesce infatti poco comprensibile l’impermeabilità del Salone del Mobile a qualsiasi altro fatto che non sia il business, evitando accuratamente di dare spazio ad eventi commemorativi di scuole e personaggi che hanno fatto grande il settore e ne hanno disegnato i connotati. Esistono per fortuna altre istituzioni come la Triennale che l’anno scorso, per esempio, ha celebrato il centenario di Sottsass. Quest’anno la ricorrenza del centenario del Bauhaus è stata ricordata solo da una modesta mostra allestita da Domitilla Dardi (responsabile per il design del Maxxi di Roma) per Knoll.

Salone del Mobile 2019 | Photo © Koll

Pensare che il salone, incentrato sul design di ogni estrazione, dimentichi il Bauhaus senza il quale avremmo fatto tutti un altro mestiere, stupisce e scoraggia. L'atto dell’impermeabilità del salone al mondo esterno lo si vede anche dalla scelta delle date per la prossima edizione, fissata nella settimana del 25 aprile, trascurando la coincidenza della Festa della Liberazione, suscitando così non poche proteste da parte di autorevoli personaggi. Mi permetto di suggerire alla presidenza del salone due iniziative che potrebbero far cambiare umore ai critici: La prima è quella di dedicare l’edizione 2020 allo Studio BBPR, che ha pagato un caro prezzo all’occupazione nazi fascista con la vita del partigiano Banfi e con la deportazione di Belgioiso nonché con la fuga obbligata di Rogers. Oltretutto allo Studio BBPR viene riconosciuto il simbolo della rinascita della città dopo le distruzioni della guerra. La seconda potrebbe essere in ricordo di un gigante del design italiano come Vico Magistretti di cui, nel 1920, ricorre il centenario della nascita.

Se il Salone vuole solo rappresentare una macchina senza cuore lo deve solo dire. L’unico merito indiscusso che va riconosciuto a questa istituzione è quello di ospitare anno dopo anno il salone satellite voluto, diretto e tenuto bene in pugno da Marva Griffin diventata ormai una istituzione che da spazio alla creatività di decine di giovani designer che ogni anno ci stupiscono per l’inesauribile vena progettuale che depone in favore del poter sempre rinnovarsi in quanto non esiste una fine per l’intelligenza umana che continuamente riesce a reinventarsi altri segni distintivi imprevedibili. Fa piacere vedere come alcune aziende hanno un occhio rivolto alle eccellenza del passato e proseguono la ricerca negli archivi dei vecchi studi rieditando pezzi che tornano a vivere. Qualche volta questa rinascita sembra dettata dai risultati delle aste che testimoniano che, mentre le quotazioni dell’antiquariato conoscono i più bassi livelli mai toccati, gli oggetti di design ingolosiscono al punto da raggiungere cifre di assoluto rilievo per pezzi di cui era difficile prevedere una vita così lunga.

Scaletta A. Castiglioni, Triennale di Milano | Foto di Federica Lusiardi © Inexhibit

È il caso di Pierre Jeanneret, cugino di Le Corbusier di cui abbiamo visto nell’ultimo anno un’esplosione dei prezzi per le sue sedute per gli uffici di Chandigar che hanno fatto una massiccia ricomparsa sul mercato delle aste per cui non stupisce che Cassina, forte dei suoi accordi con la fondazione Le Corbusier abbia esercitato una opzione per il rilancio di quelle sedute accompagnate da un tavolo che ci pare destinato ad un rapido successo.

Naturalmente prosegue l’interesse di Molteni per Giò Ponti interesse che non sappiamo valutare in termini di gradimento da parte del mercato per la scarsa riconoscibilità dei pezzi dell’architetto milanese dai pezzi di altri designer di quel periodo che fu piuttosto appiattito su modelli standardizzati. Ma qui si entra nel ginepraio del mercato che a volte decide che sia il momento di rilanciare un certo periodo, una certa scuola o tendenza e non c’è valutazione estetica che valga ad invertire i gusti del pubblico che accetta supinamente quelle scelte.

Occorre segnalare una novità inaspettata e per questo più gradita rappresentata da una piccola azienda entrata nell’orbita Cassina che, dopo l’acquisizione da parte del gruppo della Ceccotti, una vera e propria ebanisteria moderna, è andata in Danimarca ed ha concluso l’acquisto di Karakter, un’azienda che con l’intervento di Cassina, naturalmente guidato dalla preparatissima Urquiola, ha varato un catalogo dove, accanto a pezzi di sapore nordico, ha rilanciato una serie di pezzi di nostri grandi designer spariti dal mercato per le varie vicissitudini delle ditte che li avevano lanciati. Nella bolgia del fuori salone Dilmos è tornato ad impersonare il suo ruolo pilota della connessione tra arte e design e con gli specchi di Annibale Oste offre un dovuto tributo a questo maestro dell’art design da poco scomparso ma che resterà nella storia per la sua capacità di declinare oggetti e materiali con la sua vena mai banale.

© www.annibaleoste.com

In occasione del salone del mobile la Triennale ha inaugurato in gran pompa il Museo del Design italiano da tempo sollecitato. Sospendiamo il giudizio in attesa di un ampliamento e di una completa revisione che non dovrebbe tardare e della apertura del Museo del Compasso d’oro che dovrebbe aprire il prossimo anno. Allo stato infatti il museo curato da una commissione di designer non risulta assolutamente degno della sua intestazione dal momento che non racconta assolutamente come e perché è nato il design italiano e si limita a farci scorrere la solita galleria di icone supernote. Comunque la Design week è stata una settimana all’insegna della curiosità consolidata perché il mondo dell’arredo si è ritrovato per questa sua festa ricca di stimoli che, nella misura in cui vengono recepiti, influenzerà per i prossimi dodici mesi l’attività di una grande quantità di persone e di aziende che in questo settore operano sperando di poter tornare il prossimo anno a fare il pieno di quella speciale adrenalina, ingrediente fondamentale del mondo del design.

Chi è | Puccio Duni

Torinese, classe1935 ha collaborato spalla a spalla con grandi maestri della storia del design italiano: Ettore Sottsass, Superstudio Archizoom Mangiarotti Carlo Scarpa ecc. Tra i progetti più “pioneristici” che ha firmato c’è Selfhabitat, aperto 40 anni fa, in anticipo di diversi decenni sulla filosofia di Ikea. Nel 2014 riceve il Premio Compasso d’oro alla carriera per aver promosso il design con la sua attività. Collabora con la sezione arredamento del Liceo Artistico di Porta Romana dove ogni anno svolge lezioni concernenti il design in tutte le sue declinazioni.

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