• Carlotta Monteverde

Scultura in marmo


Luciano Massari, Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, titolare della cattedra di Scultura e direttore artistico degli Studi d’Arte Cave Michelangelo, spiega la scultura del marmo ai giorni nostri

Cava di marmo, Massa Carrara (Toscana)

Quando Umberto Boccioni nel Manifesto Tecnico della Scultura Futurista (1912) afferma che si debba «negare l'esclusività di una materia per la intera costruzione d'un insieme scultorio» e che «anche venti materie diverse possono concorrere in una sola opera allo scopo dell'emozione plastica», elementi disparati, spesso prelevati dalla realtà (si pensi ai fogli di giornale di Picasso e Braque, come ai loro inserti di frammenti eterogenei), stanno lentamente entrando di diritto nel campo della pittura. Due sono, per quel che ci riguarda, le vicende che caratterizzano il 1900. La prima risale a oltre un secolo avanti: una predominanza della tela sulla terza dimensione (predominanza nonostante l’800 sia una delle grandi stagioni del monumento pubblico), e che si risolve con un rinnovato interesse per la scultura solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Ovvero, la cultura dell’oggetto riemerge proprio nel momento in cui (e a causa di) la fabbricazione di merci mette maggiormente in discussione la produzione di immagini/cose – da qui anche il percorso in direzione della smaterializzazione dell’arte.

La seconda è la rivoluzione interna al medium plastica che riguarda sì i materiali (che mutano in industriali, poveri, trovati o impalpabili), ma che si estende alla sua intera definizione. Ormai l’opera può essere tutto: un orinatoio, un archivio, un fulmine nel deserto. Modificata o meno dalle mani dell’autore, non è più elemento statico cui girare attorno; vive essa stessa di movimento, reale o simulato. Aggredisce lo spettatore, è fatta di scarti o è totalmente incorporea. È vuoto, luce, battito. Sconfina con la fotografia, la performance, l’architettura. E diviene spazio, detrito, design; struttura in perpetuo mutamento, liquida e effimera. In questa trasformazione e con l’avanzare della tecnologia, morta la statuaria in senso tradizionale, il marmo – da millenni mezzo privilegiato per i lavori tridimensionali – non riesce a farsi portavoce delle nuove istanze.

Ci sono pietre, o alcuni episodi in seno all’Arte Povera, ma bisogna attendere gli anni ’80, e soprattutto il XXI secolo, perché diventi ancora una delle materie con cui sperimentare. Cioè, nel punto in cui qualsiasi espressione è sdoganata, e ogni supporto è valido se comunica nel migliore dei modi le intenzioni dell’artista, anche il marmo viene recuperato senza pregiudizi ed è in grado di incarnare le ricerche contemporanee. Torna a essere “monumento”, corpo e ricordo; si fa oggetto comune, rifiuto, ammasso, frammento; acquistando fattezze riconoscibili o rimanendo puro segno astratto.

Interno di una cava, Alpi Apuane

[...] Sono le Apuane, terre di cave attive dal tempo dei Romani, dove è custodito il famoso bianco, in tutte le sue varianti fino allo statuario. Oggi la sua lavorazione combina altissima precisione meccanica e elaborazione artigianale, e conoscerne le vicende è davvero affascinante. Mi spiega Luciano Massari, Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, titolare della cattedra di Scultura e direttore artistico degli Studi d’Arte Cave Michelangelo, che le modalità di aggressione del blocco hanno subito poche variazioni: dagli Egizi – con utensili in rame, che squadrettano le quattro facce e le sagomano in maniera geometrica – ai Greci (a noi), la perdita di rigidità nella postura è facilitata dalla diffusione di strumenti in ferro temperato. [...]

Ancora non si è certi – continua – delle tecniche di riporto: il Discobolo del Museo Nazionale Romano, ad esempio, sotto la capigliatura ha due protuberanze, probabilmente capopunti, lasciando ipotizzare un sistema cartesiano a compassi come si usa ancora. Durante il Medioevo si smarrisce ogni conoscenza, col ritorno al taglio diretto e al pezzo unico; il 1400 è invece protagonista di piccole trasformazioni: nuove carrucole e verricelli per il trasporto; nuove sperimentazioni sulla riproduzione in proporzioni, cui si dedicano da Leon Battista Alberti al Cellini, Leonardo e Michelangelo.

Studi d'Arte Cave Michelangelo, Massa Carrara | Photo © Massimo Pacifico

La rivoluzione, però, si ha nel 1800 e proviene dall’Accademia di Francia, che inventa la cosiddetta macchinetta, un pantografo che ragiona su tre punti fissi cui è applicato un asse con degli snodi e un’asticella, l’ago. Il risultato del meticoloso trasferimento di dati è una forma primigenia, cui mancano di togliere un paio di millimetri. «È ciò che fa il robot, la smodellatura» aggiunge Massari, «ma non sempre conviene. Questo, dopo la programmazione in 3D, può anche servire solo a prototipare l’opera, ottenendo il modello fisico, cui si applica il sistema manuale: i compassi per ingrandire, la macchinetta per la replica 1:1». Per quanto riguarda le attività nei laboratori, sono ancora suddivise in compiti: «c’è lo sbozzatore, lo smodellatore, l’ornatista, chi si occupa del panneggio e il lucidatore. Lo scultore interpreta la figura, unisce i segni e rimuove la materia in eccesso; indaga le misure da un punto di vista ottico e definisce il tutto».

Alla domanda di quando c’è stata un’impennata nella richiesta da parte degli artisti, risponde: «Nel ‘900 è andata scemando, perché rappresentazione di regimi; dal Pop in avanti le ricerche hanno portato verso altri tipi di prodotti. Il suo ritorno a livello internazionale c’è stato negli anni 2000: il marmo viene sdoganato da Maurizio Cattelan con All, nove corpi “sepolti” sotto un drappo, dimostrando che se si ha un concetto che il marmo può contenere, la giusta poetica, le sue qualità ti danno un plusvalore». Di lì molti autori si sono avvicinati alla roccia splendente – Giuseppe Penone, Paul MacCarthy, Vanessa Beecroft, Jan Fabre, Michelangelo Pistoletto e Jota Castro sono solo alcuni, poi ci sono i giovani – riacquistando un posto privilegiato in ogni manifestazione internazionale di rilievo.

Estratto dall'articolo pubblicato su ArtApp 21| LA TECNICA

Chi è | Carlotta Monteverde

Ha studiato Storia dell’Arte all’Università di Roma Tre. Cofondatrice nel 2010 della Takeawaygallery di Roma - per la quale cura la comunicazione e la pianificazione di mostre, prediligendo e promuovendo principalmente giovani artisti che lavorano relazionandosi con lo spazio - si occupa di divulgazione di arte contemporanea scrivendo su blog, riviste specializzate e cataloghi.

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