• Andrea Tomasini

Separazioni e contiguità


Nei famosi romanzi di Oscar Wilde, Robert Musil e Robert L. Stevenson si evidenziano i passaggi che rivelano l'importanza di quanto accade dietro ad una porta

“Ognuno di noi ha Paradiso e Inferno dentro di sé, Basil,” gridò Dorian con un gesto furioso di disperazione”. Le Porte del paradiso e le porte dell’inferno sono attigue e sono dentro a ciascuno parrebbe, ma affidiamoci alla narrazione, al racconto.

Basil è stato condotto da Dorian a vedere la sua anima. Nel capitolo precedente il pittore non immagina cosa intenda Dorian quando gli dice: “Tengo un diario della mia vita, giorno per giorno, che non porto mai via dalla stanza in cui è scritto. Te lo mostrerò se vieni con me”.

Basil accetta di andare. Inizia così il capitolo XIII de "Il ritratto di Dorian Gray", parte in cui la parola “porta” è usata da Oscar Wilde 6 volte e 5 volte la parola “chiave”. Qui gli accadimenti avvengono oltre una porta chiusa, la porta della stanza che sta su in alto, dopo parecchie scale. [...] In entrambi i casi la porta realizza una discontinuità essenziale ai fini del racconto, una separazione ma anche una contiguità tra dentro e fuori essenziale per la trama, perché suggerisce una deviazione degli eventi rispetto all’atteso. La chiave può esser usata per accedere, ma anche per impedire l’accesso. [...]

“Prima” e “dopo”, come dentro e fuori, costituiscono le dimensioni della narrazione. Nel capitolo 122 de “L’uomo senza qualità” di Robert Musil, intitolato “Ritorno a casa”, Ulrich dopo aver attraversato “una porta cittadina” avverte un cambio d’umore: “una felicità viva, arcaica e cruenta e solenne invadeva l’anima”. [...] La porta svolge questa funzione narrativa, sia in quanto elemento architettonico, sia in quanto metafora tra due dimensioni intime e proprie della nostra coscienza, che comunicano (separate eppure collegate) tra loro perché il loro stesso significato non si darebbe se prima non le avessimo ipotizzate come separabili, salvo poi nei fatti della vita scoprire che è proprio dell’uomo unificare sperando forse di conciliare. Ma non sempre è possibile.

Lo apprenderà a sue spese Dorian Gray, attento a separare le due dimensioni dell’azione del tempo, chiudendo a chiave la porta al di là della quale è nascosto il suo segreto ritratto. Una stanza che è l’habitat tragico della vicenda: l’artificialità della separazione ha come epilogo tragico la deflagrazione della inevitabile re-unione delle due polarità.

© Aurelio Candido

Ma è anche la storia de "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde", non a caso il primo capitolo si intitola “Storia di una porta”. Una porta in conflitto con la via dove si affaccia, una porta dietro la quale avviene la metamorfosi, la desiderata scissione tra i due ambiti, agevolata dal farmaco, per consentire di vivere senza impedimenti né intermediari quella parte nascosta dell’animo umano, Hyde, in ombra, che cerca piaceri e dissolutezze. [...]

Per Dorian Grey il ritratto, per Ulrich le foto e per il dottor Jekill lo specchio che tiene in laboratorio al fine di verificare i cambiamenti corporei cui è soggetto quando diventa Hyde: sono le immagini “riflesse” a costituire la porta attraverso cui si giunge a osservare e a interrogare, inquieti se stessi e la realtà. Una realtà che è diversa da come appare al momento in cui accade, perché l’immagine che lo specchio rimanda è confusa, qualcosa sfugge al dominio sia dei sensi, sia della ragione – i territori in cui l’uomo entra ed esce (attraversa) vivendone la duplicità complementare, come un transito da se stesso a se stesso.

Questo “oscuro scrutare” – come recita il titolo di una raccolta di racconti di Joseph Sheridan Le Fanu, contemporaneo di Stevenson e Wilde- è eco di quando scrive San Paolo nella prima lettera ai Corinzi: “ Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa: ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente”. Rispetto ai dubbi e alle imprecisioni del presente, sarà tutto chiaro nella Gerusalemme celeste, alla fine dei tempi: ci saranno 12 porte e tutto sarà chiaro ai beati. Per ora, a guardare nello specchio, da dietro la porta, emergono per lo più immagini confuse, perturbanti.

Estratto dall'articolo pubblicato su ArtApp 17 | LA PORTA

Chi è | Andrea Tomasini

Umanista improduttivo, sommelier, adora i sapori, gli odori, i libri, le parole e le immagini. Si occupa di medicina narrativa. Scrive racconti che tiene per se, aspirando a esser postumo. Ha girato il mondo, occupandosi di comunicazione e dell’impatto della ricerca scientifica sulla società.Vive tra Roma e Spoleto, alternandosi in modo irregolare tra qui e là, fatto che contribuisce a un alibi credibile per il suo disordine.

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