• Silvia Lombardi

Tra vinili e pentole c’è il meticciato gastronomico: al cinema con “I Villani” la celebrazione delle


“I Villani” è una denuncia poetica contro l’abbandono dell’interesse dei politici verso i piccoli agricoltori, contro l’ibridazione delle sementi e la massificazione dei metodi agricoli e dell’allevamento

Photo © Roberta Gioberti

“Un uomo non fa la guerra. Le cause non bisogna mai farle, si fanno solo quando la tua coscienza ti dice che hai ragione” da “I Villani”, voce di Lino Maga, antesignano della vinificazione naturale sulla collina del Barbacarlo, Oltrepò Pavese

Impugna il manico della padella, fa saltare il soffritto di burro e guanciale. Si sposta ai piatti, quelli dei dischi, e mette il 45 giri di John Coltrane. Microfono nel soffritto. Un po’ più in là, farina. Uova. E inizia a impastare sulle note di “I’ll Wait and Pray”, dopo aver narrato la sua concezione della parmigiana, ispirata dalla nonna salentina: «tra un piano di marangiane e l’altru si inseriscono successivamente il sugo, la mozzarella, il parmigiano, il basilico che è l’unico ingrediente leggero del piatto (un applauso al basilico, grande gesto di coraggio), e poi l’unica trinità divina in cui io credo: le polpettine fritte, una spolveratina di uova lesse che creano armonia tra gli ingredienti, soprattutto il 15 agosto, e, come si dice a MasterChef, una julienne di mortadella.»

La performance di DonPasta è la sintesi bilanciata di un’esperienza estetica completa tra la tradizione culinaria italiana e l’esotismo delle post avanguardie artistiche europee. Il pubblico diventa comunità, unito dalla sollecitazione dei sensi e dalla condivisione sinestetica. Quando mai si applaude tutti al basilico?

Un uomo del Sud che fa ravioli, affetta cipolle, ricorda e fa ricordare, con il cibo della nonna e la musica dei giovani di tutte le epoche. Musica internazionale, piacevole, inedita o molto nota, ad alto volume, che invade e coinvolge, acida, dolce, amara, corposa, funky, afro, r’n’b, jazz, rock, punk. Si passa da Paolo Conte ai Pink Floyd, dai Clash ad Astatke, con la stessa semplicità con cui DonPasta assembla la sfoglia o soffrigge la salvia nel burro. E lo fa da oltre 15 anni in tutto il mondo, da New York a Istanbul. Il pubblico si fa piazza, nella celebrazione della cucina tradizionale, ognuno ritrova un ricordo dimenticato, una fetta di oblio da condividere con chi trova vicino, con il bambino dentro di sé, con chi è passato nella sua vita e con cui ha condiviso un piatto, una ricetta. Un rituale catartico in cui, grazie a una nota che solletica la memoria, a un profumo che invade i pensieri, alla vista del cibo, grazie a una sensazione palatale data dall’assaggio offerto o a una parola pronunciata dal performer, riemergono i ricordi. Dissacrante e ironico, portatore di cultura e consapevole, Daniele De Michele, in arte DonPasta, ex economista, dj e attore, autore di libri illuminanti sul ruolo delle tradizioni gastronomiche italiane - “Food Sound System”(2004),“Wine Sound System” (2009), “La Parmigiana e la Rivoluzione” (2013), “Artusi Remix” (2014) - è definito da alcuni "gastrofilosofo" e da altri, come il New YorkTimes, "uno dei più inventivi attivisti del cibo".

Rivoluzionario perché, in una contemporaneità rivolta al consumismo e alla massificazione, si presenta come libero pensatore, che inforna e sforna senza sosta progetti artistici e ravioli fatti a mano, afferma che «la cucina è un atto politico» e continua «c’è un patrimonio di cucina popolare da ricostruire in quest’intrecciarsi di mani, di età, e c’è urgenza di ritessere la tela di memorie abbandonate per negligenza o al contrario custodite intimamente…Proteggiamoci. Soffriggete.» Assistendo al suo spettacolo ritrovo molte idee che condivido ed esulto per l’inconsueta diffusione del buon senso: ritorno alle origini del sapore e dei processi produttivi, esaltazione del mondo agricolo, rifiuto del sistema della grande distribuzione, abbattimento delle sovrastrutture del mercato, del marketing. Ritorniamo alla semplicità, nella cucina, nelle preparazioni e nei sapori, nella coscienza di ciò che consumiamo. Ed è qui che nasce il nuovo progetto di Daniele De Michele che sceglie, per la prima volta, il linguaggio cinematografico, e lo fa in maniera lieve ma incisiva.

Photo © Ilaria Costanzo

Da novembre 2018 sarà possibile vedere “I Villani”, scritto insieme ad Andrea Segre e presentato nelle Giornate degli Autori alla 75° Mostra del Cinema di Venezia. “I Villani” non è solo un docufilm, è una vera e propria testimonianza, un lascito alle generazioni future, un monito a quelle passate. Alcamo, Sicilia. Taranto, Puglia. Basilice, Campania. Pasubio, Tentino. Prima di tutto il territorio. Poi le persone che lo nutrono e grazie ad esso si nutrono. Salvatore Fundarò, i Fratelli Galasso, Modesto, Luigina Speri. E le loro missioni, le loro idee, il loro essere radicali in questa contemporaneità violenta. Il rispetto per la terra su cui vivono: chi coltiva biologico e recupera grani antichi, quelli difficili, quelli che esistono da sempre e si macinano a pietra; chi è nato sul mare e vive nel mare, aspettando e sfidando le tempeste; chi ha allevato bovini a livello intensivo e ha deciso di tornare alla lavorazione artigianale di formaggio; chi dalla città è tornato all’azienda agricola di famiglia per osservare il cambio delle stagioni e vivere raccolta e autoproduzione. L’espediente drammaturgico è quello di raccontare quattro vite dall’alba al tramonto, quattro giornate di lavoro attraverso i sogni, le etiche, la cultura che sottende quattro esistenze.

“I Villani” è una denuncia poetica contro l’abbandono dell’interesse dei politici verso i piccoli agricoltori, contro l’ibridazione delle sementi e la massificazione dei metodi agricoli e dell’allevamento, contro l’abbandono delle tecniche di una volta che, in alcuni casi, risultano ancora vincenti, contro la violenza della pesca a strascico che distrugge tutto. La panoramica su una vita dolce, in cui si fa “quello che ci piace fare” e non si dissacra Madre Terra per il profitto.

Rimane l’entusiasmo di quattro protagonisti della propria vita, di fautori delle proprie tradizioni, restauratori degli antichi saperi che oggi paiono persi. Ci sarà chi li definirà “esempi di resilienza”…forse sono molto di più, sono esseri umani genuini, autentici e illuminati. Storie di dolori, di sacrifici e rinunce, di fallimenti superati con l’amore, quello puro, quello ricco di fremiti per lo “zappettamento” dell’orto, per l’attesa di otto mesi affinché le cozze siano pronte, l’amore che palpita per la serenità che dà il lento cambiare della campagna, per il profumo del latte caldo con il caglio che si trasforma in ricotta.

© Lecce Sette Cinema

Rimane il sorriso de “I Villani”, sereni tra le lacrime, protagonisti che hanno il potere magico di regalare speranza con il loro lavoro duro, sfoglie, passate di pomodoro, canzoni popolari e ricordi d’infanzia. Occhi che si illuminano nell’esprimere la propria lotta nel vivere il presente in maniera naturale, autentica, la propria dedizione per una cultura gastronomica radicata, viva, patrimoniale. Ce lo siamo dimenticati quasi tutti: si fa prima a fare della pasta fresca che ad andare al supermercato a comprare gli spaghetti. De Michele aka DonPasta lo sa e con “I Villani” ci regala gli strumenti per ricordarcelo: «per mangiar bene bisogna rispettare i tempi della cucina, bisogna rispettare le stagioni, la terra e il mare, tutto ciò che la modernità non fa più. Ne viene fuori un conflitto tra le parti, una resistenza, una proposizione di un nuovo vivere che benché ancorato al passato diventa attuale e vitale.» Rispetto. Lotta. Coscienza. Emozione.

Sorridi c’è chi nel mondo sta dalla parte giusta, e lo fa anche per te.

Trailer https://www.youtube.com/watch?v=AE0UZv5cxcM

Chi è | Silvia Lombardi

Dalla Lombardia al Piemonte passando per l'Emilia Romagna, nomade per vocazione, due grandi passioni: la cucina e il teatro. Dopo la laurea in Antropologia dello Spettacolo a Bologna, si occupa di comunicazione e organizzazione teatrale: da poco ha festeggiato 10 anni di “cultivazione”, perché ogni spettacolo per cui ha lavorato è stato come un seme piantato nel terreno della promozione culturale. Nel tempo libero assapora la vita attraverso gusti e ingredienti dai più semplici ai più complessi, sempre alla ricerca di stupore e meraviglia.

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