• Pietro Meloni

Traiettorie urbane e pratiche di appaesamento


Si può leggere la città come l’insieme delle traiettorie dei cittadini. Una città fatta di passi, costretta a rallentare e ad adeguarsi al movimento imprevedibile delle persone

Alla Biennale d’arte di Venezia del 2009 l’artista polacca Aleksandra Mir ha realizzato un’installazione particolare: ha stampato un milione di cartoline postali di Venezia le cui immagini però non rappresentavano mai Venezia ma una serie di “vie d’acqua” di tutto il mondo: Sydney, Manhattam, Firenze, i fiumi nordici, Londra, Miami, le sorgenti del deserto del Sahara ecc.

Questo esercizio di spaesamento voleva riflettere sull’acqua come simbolo della globalizzazione e come linguaggio. Al tempo stesso, però, offriva al visitatore della mostra una immagine ingannevole della città, dichiarata sempre se stessa nei titoli e mai se stessa nelle immagini. La città invisibile per eccellenza, quella raccontata dal Marco Polo di Italo Calvino, che descrive al Kublai Khan tutte le città che incontra, ognuna diversa e ricca di peculiarità, eppure ognuna con un po’ di Venezia, rievocata nella nostalgia di un Polo che attraverso il racconto della sua città cerca di costruire il proprio appaesamento, venuto meno nella distanza da casa.

Una città fatta di flussi di persone, di merci, di culture, luogo di incontri (millenari, tra oriente e occidente) e di scontri (molto più recenti e meno nobili, di rivendicazione indipendentista). Luogo mutevole, nel quale è impossibile orientarsi con certezza – un qualunque turista o visitatore di Venezia avrà certamente scoperto a proprie spese quanto le cartine geografiche della città finiscano molto spesso con il condurre in cul de sac. Una città che mente, che impone di trovare dei punti di riferimento per potersi orientare e dove ci si perde nei flussi costanti delle persone e nell’impossibilità di adottare una prospettiva che ci permetta di guardare dall’alto.

Esistono infatti diversi modi di pensare le città contemporanee e diversi modi di guardarle. Ne "L’invenzione del quotidiano", il gesuita francese Michel de Certeau, fine interprete della cultura del nostro tempo, dopo aver dato una descrizione di Manhattam vista dal World Trade Center, ha immaginato la città come una mappa che si legge dal basso, attraversandola a piedi, a partire dalla “soglia in cui cessa la visibilità” e dove i passanti si “aggirano in spazi che non si vedono, ma di cui hanno una conoscenza altrettanto cieca dei contatti fisici amorosi.

L’incrocio dei loro cammini, poesia insaputa di cui ciascun corpo è un elemento firmato da molti”. Le città viste dal basso, transitate a piedi, sono spesso cosa ben diversa da quello che appaiono sulla cartina turistica, geografica o digitale, o che possiamo ammirare dall’alto di torri, campanili, palazzi.

Lo sguardo dall’alto è spesso affine a quello dell’entomologo, che osserva i comportamenti umani e cerca di dare un significato alle loro traiettorie. Uno sguardo, però, a cui rischia di sfuggire la leggibilità del mondo, una volta avvicinato troppo il proprio naso al testo culturale che si sta leggendo. È quello che succede a Walter Benjamin che, in "Immagini di città", racconta il mercato nella piazza di Weimar, visto dal balcone dell’albergo dove soggiorna, come una grande orchestra sinfonica.

Egli racconta che una volta abbandonato il balcone e precipitatosi nella piazza per godere di persona dello spettacolo descritto, è costretto ad ammettere che la magia, il mondo che aveva immaginato dall’alto è improvvisamente scomparso, per fare posto a suoni, rumori, voci, colori che egli non riesce più a decifrare. Nel cambiare prospettiva, dall’alto al basso, Benjamin perde il suo punto di vista privilegiato e, al tempo stesso, la capacità di leggere un testo completamente nuovo, scritto in una polifonia di voci e di percorsi e che può essere compreso solo a patto di rinunciare a quello sguardo onnisciente e distaccato con il quale si cerca di giudicare il mondo.

È sempre Benjamin a suggerirci la soluzione a questa miopia, e lo fa in una delle descrizioni più suggestive della città contemporanea, quella Parigi Capitale del XIX secolo che vede il flâneur avventurarsi a piedi nei passages, uscendo così da quel disagio creato dai repentini cambiamenti urbani – ad esempio il contemporaneo susseguirsi di attività commerciali, che aprono e chiudono sempre più velocemente – ed invitandoci ad immaginare la città come il risultato dei percorsi che decidiamo di fare.

Possiamo infatti leggere la città come l’insieme delle traiettorie dei cittadini. Una città fatta di passi, costretta a rallentare e ad adeguarsi al movimento imprevedibile delle persone, che decidono di deviare da percorsi tradizionali, che scelgono punti di riferimento inusuali, che guardano le vie note con lo stupore di chi le scopre in quel preciso istante.

Leggere la città attraverso la pratica del passeggiare ci permette di aprirci a letture spesso trascurate e comprendere come l’appaesamento – quel sentimento di appartenenza ai luoghi che l’etnologo campano Ernesto de Martino ha individuato nella funzione del campanile – sia il risultato di una pratica di socializzazione dello spazio urbano che le persone mettono in scena individualmente e collettivamente. Il passeggiare infatti può favorire la relazione tra il sé ed un contesto più ampio e generale, è un modo di stare con gli altri, una performance culturale attraverso la quale costruire non solo l’immagine dell’identità locale, ma anche di esplorare i modi in cui le persone usano la cultura per negoziare i significati della modernità.

Camminare per la propria città è un atto di riappropriazione dello spazio urbano e dei suoi simboli, che avviene attraverso la scoperta di una città polifonica, mai uguale a se stessa, mai del tutto nostra. Essa è sì raccontata attraverso il nostro percorso ma non si tratta mai di una narrazione unica perché si intreccia costantemente con i flussi di persone e di racconti che contemporaneamente attraversano la città insieme a noi.

Una città che vive su due binari: da una parte l’architettura che orienta e al tempo stesso rassicura – dove c’è un campanile vi è di sicuro una piazza e, di conseguenza, uno spazio di socialità per rimandare alla sicurezza dell’appaesamento demartiniano – dall’altra, invece, la costruzione di coordinate individuali, che rileggono i luoghi per addomesticarli e renderli propri, familiari, parte della nostra esistenza quotidiana. Marvin e Robert Davis, nel libro "Venice. The Tourist Maze" del 2004, hanno studiato come per i veneziani passeggiare sia un modo particolare per stare con gli amici e con la propria famiglia, un’attività che produce socialità, che aiuta a conoscere i luoghi, a sentirsi sicuri anche quando i mutamenti culturali, commerciali e architettonici trasformano continuamente le città, imponendoci uno sforzo di risemantizzazione.

Una città polifonica somiglia al gioco delle cartoline di Venezia di Alksandra Mir e, al contempo, alle città invisibili di Italo Calvino: città ingannevoli che dicono di essere qualcosa che non sono ma, ugualmente, città nelle quali ritroviamo sempre qualcosa di familiare, impresso nei passi che in un determinato luogo abbiamo percorso.

Chi è | Pietro Meloni

Dottore di ricerca in Antropologia e Studi Culturali, si occupa di antropologia del consumo e del patrimonio, con particolare attenzione alle pratiche di vita quotidiana e alla cultura materiale. Collabora con l’Università di Siena, con attività di ricerca sul territorio e di supporto alla didattica. Tra le sue pubblicazioni I modi giusti. Cultura materiale e pratiche di consumo nella provincia toscana contemporanea (2011).

#PietroMeloni #AleksandraMir #MarcoPolo #ItaloCalvino #MicheldeCerteau #WalterBenjamin #ErnestodeMartino #GarryMarvin #RobertDavis

Schermata 2020-01-20 alle 17.09.20.png
Sostieni ArtApp!

Ti è piaciuto ciò che hai appena letto? Vorresti continuare a leggere i nostri contenuti? ArtApp è una rivista indipendente che sopravvive da più di dieci anni grazie a contributi liberi dei nostri scrittori e alle liberalità della Fondazione Bertarelli.

Per supportare il nostro lavoro e permetterci di continuare ad offrirti contenuti sempre migliori Abbonati ad ArtApp. Con un piccolo contributo annuale sosterrai la redazione e riceverai i prossimi numeri della rivista direttamente a casa tua.

Scelti per voi

FB-BANNER-01.gif

© 2020 Edizioni Archos P.IVA 02046250169 - ArtApp | semestrale | Anno XI | Reg. 03/2009 Tribunale di Bergamo

  • Facebook - Bianco Circle
  • Instagram - Bianco Circle