• Franco Avicolli

Venezia Venezia: il testo e la bellezza


"Venezia Venezia" di Pierluigi Olivi e Luigi Gardenal, è un'opera che riporta a Venezia al testo narrativo per evitare che la bellezza di Venezia diventi ovvietà

Il Canal Grande a Venezia

Venezia è per definizione una città ambigua. Lo è per la sua condizione anfibia, per il suo oscillare fra passato e presente, per la sua luce che dialoga con l’acqua e la pietra e lo è, ancora, per essere immagine e storia, valenze che non sono affatto neutrali per l’uso, spesso disinvolto, che ne viene fatto. Come nel caso della bellezza spesso associata a Venezia con modalità che condizionano l’una all’altra e sviliscono nell’indeterminatezza sia il senso della città dei dogi che la bellezza stessa. Dire “Venezia è bella”, per esempio, o “Venezia è la città più bella del mondo” non è la stessa cosa perché la prima locuzione riporta ad una qualità della città lagunare che richiede una qualche verifica, suscita una riflessione, un’analisi che possa chiarire le ragioni del valore rilevato, un rapporto che può divenire un dato della coscienza da applicare, volendo, anche ad altre situazioni in cui la bellezza è davvero la qualifica della “cosa”. La seconda, invece, si limita a collocare la città in una scala di valori dove a contare sono un più sguaiato e un meno sottinteso che non riportano a Venezia, ma ad un’ipotetica graduatoria con il corrispondente criterio qualitativo di una gara competitiva che forse punta a formare un prezzo o ad affermare uno status.

Se “Venezia è bella” riporta alla città, non altrettanto si può dire dell’altra locuzione che invece si affida ad un valore che non è la bellezza, ma il freddo ordine gerarchico di una graduatoria. L’apparente somiglianza delle frasi rivela pertanto un metodo di approccio al senso di Venezia e, di conseguenza, al suo destino, giacché l’una riporta al come e alla storia che insieme consegnano una Venezia con lo spessore del testo narrativo, una consistenza materica con cui è possibile stabilire un rapporto attraverso un utile e costruttivo lavoro filologico; mentre l’altra affida la qualità del bello alla fruizione con un’immagine congegnata in una gerarchia di valori che spesso si definiscono con il mercato e non con la “cosa” Venezia. Per quanto abbiano ambedue a che vedere con la bellezza, le due posizioni rivelano quindi culture e visioni diverse la cui differenza è stabilita dal rapporto con il testo, con la “cosa”. "La bellezza, dice Kant, è la forma della finalità di un oggetto", ovvero un valore della cosa in sé e credo che "Venezia Venezia" di Pierluigi Olivi e Luigi Gardenal, sia un’opera che riporta a Venezia, al testo, insomma, e trova la giusta collocazione nella città che deve la sua bellezza alla visione e al fare, ad “una vita civile sommamente inventiva e produttiva”, come afferma Salvatore Settis nella prefazione in cui chiarisce il concetto aggiungendo che “non c’è bellezza senza storia”.

"Venezia Venezia" costruisce un percorso aperto a molteplici interpretazioni che riportano alla Serenissima per una intrinseca coerenza narrativa che in un certo senso riporta alla caducità dell’essere Venezia, ai materiali di cui è fatta riproponendosi così in una propria dimensione umana che coinvolge il lettore nel destino dove il tempo ha la forte pregnanza di una matericità scandita dalle opere di Luigi Gardenal, isole di un arcipelago costruito con relitti consegnati dal mare che sono veri e propri pezzi di un tempo morfologico fatto di passato, ma anche di un presente che suscita lo sdegno di Pier Luigi Olivi, il poeta che lamenta una Venezia prezzolata cui si rivolge con versi accusatori, “che ignori i poeti/ e celebri i mercanti”, che un altro poeta, Mario Stefani, autore di una nota critica, legge “come estasi e denuncia” e come un modo per “prendere coscienza di una condizione” della città. La poesia di Pier Luigi Olivi, la nota critica di Mario Stefani e la prefazione di Salvatore Settis che costituiscono la parte verbale del libro, sono proposte in venticinque lingue che pare vogliano mostrare la faccia fertile della contaminazione spazio/temporale e, insieme, il viaggio delle arti “in un sentiero felicemente comune”, come scrive Stefani nel suo pezzo.

Sono elementi che accompagnano il farsi di un’opera definita appunto da relitti prevalentemente legnosi e poi morfologie colorate che ricompongono l’integrità di un corpo/testo, che ristabilisce l’autonomia della bellezza e Venezia in un presente che riconosce la necessità dell’una e dell’altra affermando il loro forte valore simbolico fatto di manufatti che appartengono ad una visione, ma anche ad un’attività cui non possono mancare creatività, competenze e abilità. L’opera ripropone pertanto il discorso sul senso della bellezza e su Venezia come suo dato storico che può aiutare a capire per quale ragione la bellezza è importante e perché lo è Venezia. Insomma, la bellezza è un’entità necessaria, ma non può decidere come deve essere Venezia; Venezia, dal suo canto, è una città che dà alla bellezza un volto storico e umano, è una sua modalità visibile e certa, e questa è la ragione della sua necessità. "Venezia Venezia" suggerisce appunto di ripartire dal testo e di pensare al senso delle cose in quanto tali, per evitare che la stessa bellezza di Venezia diventi ovvietà in un più che al massimo può soddisfare qualche albergatore poco attento o qualche agenzia di viaggio che vive alla giornata.

Chi è | Franco Avicolli

Direttore del Centro Culturale Micromega Arte e Cultura (MAC) di Venezia. È stato direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Córdoba (Argentina); esperto presso l’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico; Ricercatore presso l’Accademia delle Scienze di Cuba. Responsabile dei rapporti internazionali dello IUAV, è Membro Corrispondente del Seminario di Cultura Messicana. La città di Córdoba lo ha insignito del titolo onorifico “Jerónimo Luís de Cabrera”. Collabora con la pagina culturale "Domenica" del Sole 24

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