• Paolo Timossi

La crisi dell’individuo: dall’identità liquida all’identità gassosa

Intellettuali, sociologi e filosofi si interrogano da alcuni anni sui mutamenti l'identità individuale, oggetto e vittima dei social network


"Decalcomania" René Magritte, 1966


“Altri attori da destra: «Finzione? Realtà! realtà!»

Altri attori da sinistra: «No! Finzione! Finzione!»

Il padre (levandosi e gridando tra loro): «Ma che finzione! Realtà, realtà, signori! realtà!»

Il capocomico (non potendone più): «Finzione! realtà! Andate al diavolo tutti quanti! Luce! Luce! Luce!»”

Luigi Pirandello, “Sei personaggi in cerca d’autore”, ultimo atto


Che l’uomo contemporaneo stia progressivamente cedendo parte della propria individualità in favore di un'unica e più uniforme identità di massa non è certo un argomento nuovo. È oltre mezzo secolo che intellettuali e filosofi si interrogano su questo tema, considerato uno dei nodi centrali della cosiddetta “crisi dell’individuo”. Le dinamiche della società dei consumi e le innovazioni tecnologiche hanno prodotto nell’individuo un malessere invisibile, ma ben radicato nella sua coscienza apparentemente stabile ed equilibrata. L’identità individuale, sfibrata dalla frenesia consumistica, tende ad assottigliarsi, a svuotarsi, a depersonalizzarsi sempre più: quando un elemento è fragile si omologa all’insieme, alla massa; così per la coscienza umana.


La vena consumistica insita nella nostra etica ci immerge in una dimensione in cui ciò che si ha determina ciò che si è: “Consumo, dunque sono” (2007). Si intitola così una delle ultime pubblicazioni di Zygmunt Bauman, noto filosofo contemporaneo. È sua la fortunata definizione di “identità liquida”: incapace cioè di mantenere una forma, ma pronta a mutare la propria consistenza a seconda del contesto in cui si trova. I macroscopici cambiamenti degli ultimi decenni hanno comportato la scomparsa delle grandi ideologie e delle principali istituzioni morali (quali ad esempio Stato e famiglia), producendo nella coscienza umana un profondo senso di smarrimento. Non sapendo più in cosa riconoscersi l’uomo si fa fragile, la sua identità liquida, multiforme. L’avvento del digitale ha offerto all’individuo una facile alternativa alla carenza di “reali” punti di riferimento identitari.


Da sempre l’uomo ha avvertito la necessità di costruirsi un’immagine artificiosa con cui proteggere la sua nuda personalità; oggi ha gli strumenti per farlo. Senza troppi giri di parole, si potrebbe affermare che le “maschere” pirandelliane siano state sostituite dai profili di Facebook, dalle foto di Instagram, dai video esibizionistici di tiktok. I social network hanno fornito all’individuo una realtà alternativa entro cui è possibile edificare ad arte la propria identità. E in questa realtà, per quanto possa essere illusoria, l’uomo ci sguazza dentro, come fosse un pesce che cerca di convincersi che il suo acquario sia mare.


“Vita noiosa? Gira il mondo, ovunque tu voglia insieme a tiktok. Io resto a casa e viaggio con tiktok” recita così uno degli ultimi slogan pubblicitari del social network cinese. Tramite l’app, l’utente ha la possibilità di sovrapporre la sua immagine a quella di qualunque paesaggio, fingendo così di essere in giro per il mondo. Apparire un grande viaggiatore senza essersi mai schiodato dal divano di casa non è mai stato così facile. Dalle foto costruite ad arte per apparire meglio di quanto si è realmente, dalle frasi che si postano per sembrare più colti, emerge un dato che, seppur facilmente intellegibile, risulta essenziale: l’individuo di oggi sembra attribuire più peso all’apparire che all’essere. È in questo modo che il sacro confine tra verità e finzione si fa sempre più sottile, fino a scomparire dietro i finti sorrisi di una storia di Instagram.


I social network rappresentano la massima esaltazione della personalità dell’utente, favorendo così la crescita di un individualismo dirompente. Ma nonostante le centinaia di followers su Instagram o i numerosissimi “amici” su Facebook (di cui, ammettiamolo, una buona metà neanche si conosce), l’uomo risulta sempre più solo. Tramite i social si accede ad una dimensione in cui l’identità del singolo manca di una consistenza reale, di una forma tangibile. Essa diviene semplice sembianza, ombra imprecisa dietro cui si cela ciò che realmente si è. L’identità che Bauman aveva definito liquida, se calata nella dimensione social, diventa identità gassosa, informe. Per quanto l’uomo tenti di costruirsi un’identità utopica, una maschera artificiale, egli non può che originare qualcosa di imperfetto. Esposta in questi toni, l’argomentazione potrebbe sembrare frutto di una distopia orwelliana, potenzialmente verosimile ma lontana dalla attuale realtà; non è così, purtroppo: sono esattamente queste le dinamiche che regolano i “rapporti social”.


Occorre notare come al giorno d’oggi l’individuo deleghi già una parte importante delle proprie esigenze interpersonali alla sfera dei social network. Ma se Aristotele ha ancora ragione, l’uomo rimarrà sempre un “animale sociale” e svilupperà prima o poi un senso di repulsione nei confronti della realtà virtuale, almeno per quanto riguarda i rapporti umani. E poi si sa, le mille sfumature della personalità umana non potranno mai essere compresse in un profilo Instagram. L’istantaneità di uno sguardo corrisposto vale più di qualunque like, e questo l’uomo lo sa.

Non resta che augurarci, a questo punto, che Aristotele abbia ancora ragione.



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