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Lo zoning, una silenziosa pandemia cerebrale. La solstalgia, un’oscura malinconia globale

Questa epoca si caratterizza per la sconsideratezza dell’azione antropica che non danneggia solo l’equilibrio ambientale, ma peggiora i comportamenti umani e il loro stato di salute


Roma, foto © Aurelio Candido

Solastalgia è un efficace neologismo coniato nel 2003 dal filosofo australiano Glenn Albrecht e indica il sentimento di nostalgia che si prova per un luogo nonostante vi si continui a risiedere. “È un tipo di nostalgia di casa o malinconia che provi quando sei a casa e il tuo ambiente familiare sta cambiando intorno a te in modi che ritieni profondamente negativi”. In realtà è molto di più: come tutti i tumori cresce silenzioso e si sta diffondendo a livello globale senza escludere nessuna cultura, nessuna categoria umana e sociale. Contrariamente alla pandemia da Covid, il rimedio contro la solastalgia è il riavvicinamento sociale. Solastalgia e disturbo da deficit di natura sono la conseguenza dell’antropocene. Dipendono da motivi ambientali e/o sociali e si possono alleviare solo mediante le relazioni. Ma questo tipo di relazioni ha bisogno di luoghi adatti. O meglio ha bisogno di luoghi e non di semplici spazi. Ha bisogno di una nuova urbanità in grado di recuperare il patto che sta alla base della fondazione della città, vale a dire la cooperazione tra persone diverse in tutto il loro ciclo vitale ripartendo dall’architettura della città che si fonda su strutture sociali concrete: edifici in grado di incarnare identità e cultura anche attraverso la memoria e la storia del popolo che le ha volute e le vuole.


L’epoca che noi occidentali stiamo vivendo si caratterizza per un impiego scriteriato delle risorse ambientali. La sconsideratezza dell’azione antropica non danneggia solo l’equilibrio ambientale, ma determina anche il peggioramento dei comportamenti umani e del loro stato di salute. A questo punto responsabilità dell’architetto non è solo preservare l’integrità dei luoghi, ma strutturare quella socialità alla base della produzione culturale e quindi della sopravvivenza della specie umana. C’è un’urgenza nella nostra società globalizzata ed è quello di porre rimedio a una pericolosa disgregazione sociale. La causa è da ricercare proprio nella paura delle relazioni vere che possono generare dolore. Vivere assieme significa inevitabilmente generare conflitti che sono alla base della sopravvivenza di tutti gli esseri viventi. Pensare di controllare l’algofobia sociale separando le diverse funzioni urbane - dormire, lavorare, giocare - sezionandole e zonizzandole ha portato a una disgregazione sociale la cui responsabilità risale alla seconda rivoluzione industriale e ricade certamente sugli architetti moderni.



Villa Cattolica, Bagheria (PA) - strutture industriali dismesse


Lo zoning non è più un termine tecnico dell’urbanistica, ma una forma mentale dilagante, un modello ormai automatico da applicare a ogni attività umana e scientifica. Da sempre all’architettura è riconosciuto il potere di influenzare il modo di abitare modificando il modo di vivere, proponendo differenti stili di vita riorientandone i desideri. L’urbanistica agisce nello stesso modo, ma a livello di comunità, di società. Il barone Haussmann con i suoi monumentali grands boulevards (viali antisommossa) nella seconda metà dell’800 ha cambiato l’immagine di Parigi, dando alla città un’impronta che ha segnato la mentalità dei parigini, diversi dal resto della società francese. L’attaccamento al luogo in cui viviamo o abbiamo vissuto fornisce un senso di stabilità, sicurezza e identità personale che diventa parte di noi, che ci portiamo dentro e lontano. Quell’architettura, che nei secoli ha fatto dialogare l’umanità col resto del pianeta, può arginare il senso di devastante nostalgia che proviamo quando l’ambiente viene alterato dai mutamenti che esulano dal nostro controllo anche se provocati dall’uomo. Urbanistica quindi non come specialità a sé stante, bensì come un’esperienza reale per una sperimentazione creativa dell'architettura finalizzata alla condivisione dello spazio.


Villa Cattolica, Bagheria (PA) - strutture industriali dismesse


Per colmare il solco tra chi progetta e chi abita cercando una dialettica comprensibile, utilizzando argomenti chiari, evidenti e facilmente condivisibili per concetti comuni a tutti, profondi e complessi come sono quelli dell’abitare. Lo scopo è quello di mettere in campo un servizio necessario e ormai raro all’interno di un mondo di competenze sempre più specialistiche e sempre meno capaci di affrontare la complessità delle problematiche attorno all’uomo e al mondo dell’abitare. Problematiche che nascono necessariamente da confronti dolorosi, dal misurarsi con quello che riteniamo negativo. Occorre convincersi che quello che ci serve è un’architettura che ci guidi verso una nuova ricerca di sopravvivenza colta dove la crescita economica si basa su una rinnovata cooperazione fisica e mentale. Pensare di recuperare il patto sociale alla base dell’abitare la città mediante la digitalizzazione della celebrata smart city tanto cara ai nostri pianificatori, ma che progressivamente abbassa il nostro livello di partecipazione/relazione mettendoci nella condizione di subire gli spazi più che viverli, costituisce un limite al quale solo una città aperta fatta da cittadini in grado di creare un’interazione con le forme urbane (grazie alle proprie differenze) può sottrarsi.


La città non è costituita da un insieme di servizi alla persona funzionali al suo consumo, bensì da esperienze di relazioni in continua trasformazione facilitate dai servizi alla comunità. In Italia abbiamo gli spazi, i contenitori adatti per mettere in campo strumenti e azioni capaci di avviare fin da subito processi virtuosi in ambito urbano per il raggiungimento di obiettivi di sostenibilità sociale. I contenitori adatti sono quelli che già esistono e che conservano la memoria di quanto è successo dentro di loro. 6 milioni di edifici dismessi forse 4 milioni della chiesa cattolica. Per costruire il futuro occorre preservare il passato, la sua cultura, quella parte immateriale che la materia ci sa raccontare. Ottenere tutto ciò significa analizzare e conoscere il contesto in cui si deve operare affinché il dialogo parta proprio dalla consapevolezza della necessità di quel luogo, di quel programma per il territorio che lo ospita e che da questo dovrà trarre nuovi processi di crescita. Il luogo non solo come realtà fisica, ma come messaggio politico, l’ambito fisico in cui collocare il messaggio. In altre parole, prese in prestito da McLuhan: da mezzo per veicolare un messaggio, il luogo diventa esso stesso il messaggio.


In futuro ci sarà ancora più bisogno di architettura; l’Europa quasi certamente conoscerà una trasformazione di portata significativa con il progressivo invecchiamento della popolazione indigena e l’arrivo di uomini e donne provenienti dall’Africa. Nuovi costumi dovranno integrarsi, nuove disuguaglianze socioeconomiche verranno a crearsi e gli spazi urbani dovranno almeno in parte essere riconcepiti. L’architetto umanista è chiamato a modellare e a conferire nuovo senso a vecchi spazi. Tutto questo implica contraddizioni, conflitti e quindi sofferenze e dolore, ma anche nuove visioni.


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© Edizioni Archos

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