"Stone puzzles" il film, quasi una recensione


Nella mostra "Stone Puzzles" Dominique Robin esplora le proiezioni dell'umanità sulla natura. Con le pietre ha creato un gruppo di opere: disegni a carboncino, fotografie e un video in cui una serie di mani ricostruisce le pietre

© Dominique Robin

Attrici protagoniste: sedici pietre raccolte da Dominique Robin nel corso di quelle che potevano sembrare piacevoli passeggiate in montagna, ma che in realtà erano veri e propri casting per il suo film. Come avviene solitamente nelle pellicole in cui recitano esseri umani, la scelta non avviene per caso mettendo davanti alla macchina da presa la prima persona che passa per strada. La selezione è attenta e meticolosa: ci vogliono i caratteri giusti per il copione, i volti adatti per il ruolo. Così, anche il nostro artista-regista non raccoglie la prima pietra che trova sul sentiero, ma va a caccia del soggetto perfetto per dare forma al suo progetto. Come ha spiegato Dominique stesso, “si tratta di pietre levigate e fratturate dal tempo, i cui pezzi non sono ancora stati dispersi, forme ancestrali modificate dalla pioggia, dal sole o forse dal passaggio di un animale pesante”. Vezzose come dive del cinema, non rivelano la loro età esatta, ma a occhio e croce potrebbero avere circa settanta milioni di anni.

Comprimarie: le mani di nove attori e attrici che interagiscono con le pietre, montando i singoli frammenti fino a ricomporre la forma originale. Alcune agiscono veloci e nervose, altre indugiano titubanti. Qualcuna, dopo aver terminato il lavoro, brandisce il puzzle ricomposto come un trofeo, simbolo del successo ottenuto. Altre mani, ultimata l’opera, si posano simmetriche sul tavolo di marmo prima di uscire dal campo visivo della telecamera, compiendo una specie di inchino che ricorda il saluto rispettoso dei praticanti di arti marziali alla fine del combattimento. I loro movimenti sono pensiero e, osservandole attentamente, si può ricostruire la personalità, la psicologia e il carattere delle persone alle quali appartengono.

Scenografia: tavoli di marmo ripresi dall’alto attraverso un’inquadratura che non lascia intravedere i bordi e insinua nello spettatore la sensazione che la loro superficie sia infinita. Le pietre protagoniste poggiano su altri frammenti di roccia, lisci e perfettamente tagliati, che presentano textures affascinanti, visivamente potenti come le più riuscite composizioni della storia della pittura informale. I fratelli gemelli di questi tavoli, probabilmente, hanno lavorato come modelli per Jean Dubuffet tra il 1958 e il 1962, quando l’artista francese creò la serie dei Phénomènes.