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Architettura e Felicità

L’architettura ha dirette conseguenze sulla qualità della vita delle persone che la abitano, può contribuire alla costruzione di spazi confortevoli, o luoghi di emarginazione, da qui parte l'esplorazione del binomio Architettura e Felicità


Fabio Giampietro, The Lift 2022 (frame dell'installazione)


Judith Malina del Living Theatre, “credo che l’arte migliore sia quella che è coinvolta nel tempo vivente”. Parole tratte dal film Jules & Jim di Truffaut. In una scena, Jim racconta il dialogo con il suo professore Albert Sorel: “Mais alors, que dois-je devenir?” ‒ “Un Curieux.” ‒ “Ce n’est pas un métier.” ‒ “Ce n’est pas encore un métier. Voyagez, écrivez, traduisez…, apprenez à vivre partout. Commencez tout de suite. L’avenir est aux curieux de profession”. Ecco: “Viaggiate, scrivete, traducete, imparate a vivere dovunque, e cominciate subito. Il futuro sarà dei curiosi di professione”.


È stato Giorgio Vasari a definire l’architettura “l’unica arte veramente utile” attirandosi l’ira di quasi tutti gli artisti contemporanei e no. Secondo il filosofo inglese Jeremy Bentham “l’utilità è la misura della felicità dell’essere sensibile. Quindi utile è ciò che produce vantaggio e rende minimo il dolore e massimo il piacere”. Amartya Sen economista indiano premio Nobel nel 1998 e attualmente docente alla Harvard University oppone all’utilitarismo di Bentham la sua teoria su ”l'appagamento dei desideri individuali in quanto realizzazione completa di sé stessi”. Utile non è ciò che produce vantaggio bensì ciò che ci soddisfa in termini emotivi: l’eudemonìa aristotelica che corrisponde alla consapevolezza della realizzazione completa di sé al di là delle ambizioni. In entrambi i casi alla felicità viene dato un valore intrinseco non utile per qualche altro fine e che corrisponde sempre a una crescita individuale.


Il denaro o la medicina, che hanno invece un valore strumentale in quanto mezzi per eventualmente ottenere la salute e la felicità, sono sempre più confusi, soprattutto inducendo chi non li possiede, in portatori di felicità in quanto tali, portandoci a credere che più cresce il denaro nelle nostre tasche, più cresce la nostra felicità sia in termini personali che in termini di comunità. Al contrario siamo abbastanza certi che crescita economica e felicità non sono direttamente proporzionali, ma prima di pensare a de-crescite (o ad a-crescite), occorre pensare a nuove e diverse forme di crescita. La felicità, che è l’unica cosa che apprezziamo di per sé e non in virtù di ciò che potrebbe farci ottenere, è invece (certamente) direttamente proporzionale alla qualità dei nostri rapporti interpersonali che a sua volta si basa molto sull’equità sociale. Per arrivarci bisogna lavorare sulla decolonizzazione dell’immaginario, puntare a nuovi valori quali la ricchezza delle relazioni il cui credo ridurrebbe di molto i conflitti a cui ci stiamo miseramente abituando.


E qui entra in campo l’architettura, la scienza dell’abitare che, attraverso nuovi immaginari, diversi desideri, ambienti e luoghi in grado di generare nuovi metabolismi, si dovrebbe preoccupare di recuperare economie: non solo PIL (prodotto interno lordo), ma soprattutto FIL (felicità interna lorda). E questo perché i prodotti dell'architettura sono essenzialmente relazionali, sono espressione di comunicazione e condivisione contestualizzate. Le relazioni architettoniche esprimono rapporti reali, oggettivi, comunicabili. Direi, che la relazione non è un modo di essere della identità, ma che l'identità si realizza e si trasforma attraverso il rapporto. La relazione da senso e fa apparire le cose. Nei miei 24 editoriali precedenti l’architettura è direttamente o indirettamente sempre stata presente, ma questa volta gettando la maschera, ne voglio parlare un po’ più liberamente. L’architettura ha nella visionarietà - necessaria a vedere e proporre nel futuro - il seme e la radice del suo essere, mentre il suo agire deve muoversi in mondi assolutamente concreti e necessari affinché l’architetto non si fermi alla dimensione dell’artista.


Visionarietà significa vedere oltre, guardare avanti, capire le necessità per modificare in meglio comportamenti e stili di vita, affrontando le sfide più importanti che il nostro pianeta si trova a subire. Vasari definendo l’architettura arte utile intendeva il dovere dell’architetto di concretizzare la sua visione anche utopica, cosa che all’artista non è richiesto. Anzi, al contrario, l’artista in genere tiene molto a smarcarsi dalla realtà, a separare arte e vita - salvo poi accorgersi che senza comunità, spazio pubblico, territorio, inclusione l’arte è fine a sé stessa e rischia l’oblio. L’architetto certamente non può permettersi questo errore, non può permettersi quell’egocentrismo nel quale tuttavia spesso cade rinnegando la sua missione. Per l’architetto, al pari dell’artista, cadere nella autoesaltazione è facile quanto autocommiserarsi, due stati d’animo opposti che in comune hanno l’isolamento. Non a caso le recenti e più significative istallazioni di artisti contemporanei hanno sempre una forte componente partecipativa.


Dimenticarsi di sé è il presupposto dell’Ikigai, la via giapponese verso la felicità, perché dimenticarsi di sé è per la cultura giapponese un concetto misteriosamente legato alla scoperta dei piaceri sensoriali che si ottiene alleggerendoci del peso dell’Io. Una via, quella descritta da Sei Shonagon -dama di corte al servizio dell’imperatrice Teishi intorno all’anno 1000, in una raccolta di saggi intitolata Makura no Soshi (Note del guanciale) - indicata mostrando l’importanza di godere dell’osservazione delle piccole cose concrete che può avvenire solo stando nel qui e ora senza precipitarsi subito a esprimere giudizi. “Uno dei contributi più importanti della cultura giapponese alla filosofia esistenziale, riferita cioè al senso della vita, deriva dunque forse dalla negazione dell’Io” (Ken Mogi). La capacità di dimenticarsi di sé, essendo strettamente correlata allo stare nel qui e ora, è una pratica necessaria per l’architetto che attraverso le sue architetture temporizza lo spazio e spazializza il tempo. In effetti il tempo diventa concreto e certo solo attraverso la antropomorfizzazione dello spazio che così si storicizza.


Parimenti è difficile che l’ideazione progettuale della trasformazione non supportata da un pensiero, da una visione, possa generare quel luogo nuovo che l’architetto ritiene necessario. Idea quindi come prospettiva, come proposta e non come invenzione o folgorazione geniale ispirata dall’autorialità del progettista. Trasformazioni che quando sono urbanistiche, paesaggistiche implicano un’ampia condivisione nei percorsi di costruzione delle scelte che favoriscono anche l’educazione dei cittadini verso una pianificazione consapevole. Di utopia concreta ha parlato e scritto l’architetto Giancarlo De Carlo nelle sue riflessioni sull’architettura della partecipazione, sulla necessità di “… sottrarre l’architettura agli architetti e restituirla alla gente che la usa …” - e in qualche modo diceva la stessa cosa - “…un approccio diverso da quello dell’artista/autore che detta le sue condizioni, consegna assieme all’opera le sue ineludibili istruzioni affinché venga goduta da spettatori più che da fruitori”.


Louis Kahn nelle sue lezioni americane sosteneva che l’architettura non esiste, esiste l’opera dell’architetto e in effetti l’architettura nasce dalla mente dell’architetto che, capace di resistere alle pressioni del mercato e spesso anche della committenza, propone modifiche concrete in grado di agire sui comportamenti influenzando pensiero e stili di vita. Non a caso l’architettura nasce con la religione, la prima a rendersi conto che attraverso lo spazio modificato è possibile influenzare gli animi, riorientare i desideri. Lo spazio è sinestetico, agisce su tutti i nostri sensi contemporaneamente e l’architettura, che quello spazio riorganizza, ha la capacità di orchestrarne l’azione nei confronti di chi ci sta dentro.


È Agostino che ha definito l’architetto “creatore di luoghi” considerando questa azione materiale in grado di agire sull’immateriale. Con la sabbia, il mattone, il calcestruzzo, il ferro e il vetro l’architetto modella lo spazio portando dentro suoni, colori, sapori e con loro la memoria che quest’ultimi hanno fissato dentro di noi. La differenza tra uno spazio e un luogo sta proprio nella capacità di quest’ultimo di generare relazioni continue tra esseri viventi, cose, oggetti, i loro profumi, i loro sapori, i loro suoni e la memoria che questi evocano. La differenza tra uno spazio e un luogo sta quindi tutta nelle relazioni: uno spazio cessa di essere tale quando nasce una relazione che lo rende immisurabile e fuori dal tempo portandolo a essere assolutamente unico. Mangiare, dormire, vestirsi, giocare, danzare, cantare, piangere i nostri morti…fa parte del nostro abitare ed è architettura. Fare tutte queste cose assieme agli altri attiva metabolismi sempre diversi in grado di determinare e dare energia alla nostra evoluzione.


L’architetto è colui che con la sua opera facilita l’apertura di canali (nuovi e antichi), aiuta nella comprensione dei luoghi, dei loro caratteri spesso evocativi di altri metabolismi. L’architettura in fondo è solo un modo di abitare per questo il mio personale interesse nei suoi confronti non è tanto per il manufatto, l’artificio, ma per quello che questi riescono a generare a livello di comportamenti, di azioni volte alla cura dell’habitat, all’addomesticamento armonico della natura che ci ospita. L’architettura mi interessa per quello che riesce a far accadere e penso che l’architettura vada giudicata per quello che innesca in un processo volto a migliorare la nostra esistenza sul pianeta. La sua estetica, la sua manifestazione sensibile e inconscia, la sua capacità di muovere le corde più profonde del nostro essere, acquista un altro significato spostando il suo asse dall’oggetto al processo, cioè dal manufatto alla sua conseguenza. Del resto, la qualità della vita delle persone, la loro armonia con l’ambiente, l’incontro e l’aiuto reciproco, i diritti umani dell’uguaglianza, della libertà, della dignità e dell’equità sociale hanno direttamente a che fare con la ricerca della bellezza.


Occupandosi del suo habitat l’architetto si occupa dell’uomo e, viceversa, occupandosi dell’uomo si occupa inevitabilmente di tutto quello che lo circonda cercando di invertire la sua attuale tendenza alla distruzione. La salute dell’uomo passa attraverso la salute dell’ambiente e ovviamente anche attraverso la salute sociale. L’architettura è inscindibile dai valori sociali ed economici degli individui che la praticano e della società che la promuove. Il lavoro dell’architetto ha sempre qualcosa a che fare con la comunità occupandosi di un bisogno primario e collettivo che pertanto implica riflessioni politiche. In questo senso non esiste un’architettura apolitica.


Creare posti migliori e più belli in cui vivere in una società migliore è politica. Affrontare e combattere i mutamenti climatici causa di disgregazione sociale, affrontare il tema della voracità energetica causa di disuguaglianze, alleviare i torti della società contemporanea che tende a privatizzare gli spazi collettivi, è compito dell’architettura ed è politica. Per questo l’università di architettura dovrebbe prima di tutto chiarire concetti quali polis, civitas, urbs che sono i fondamenti del fare architettura ancor più oggi là dove i già fragili rapporti relazionali tra i cittadini sono minacciati dai cambiamenti climatici. Compito della scuola non è certamente quello di generare singole figure eroiche bensì mettere in campo un servizio necessario e ormai raro all’interno di un mondo di competenze sempre più specialistiche e quindi sempre meno capaci di affrontare la complessità delle problematiche attorno all’uomo e al mondo dell’abitare.


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© Edizioni Archos

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