• Michele Tavola

Medi-terraneo, il mare in mezzo alle terre


Sospesa tra terra e cielo sull’orizzonte di Scilla, l’opera ideata da Velasco Vitali, realizzata con un

gruppo di giovani

Medi-terraneo, 2013. Bambù, ferro e smalto. © Velasco Vitali Studio

Una nuvola rossa lunga trenta metri. Poggiata sul Castello di Scilla e calata in un punto strategico. Impossibile non vederla da tutto il territorio circostante. Lo sguardo, da ovunque provenga, inevitabilmente la trova, esattamente come incontra i due grandi piloni in ferro dell’Enel, bianchi e rossi, che in passato portavano la corrente elettrica dal continente alla Sicilia, presenti da una parte e dall’altra dello stretto, proprio dove sarebbe dovuto sorgere il ponte che non si farà mai. Oggi la corrente passa sotto il mare e i piloni non hanno più alcuna utilità, mentre la nuvola rossa (che in realtà ha le fattezze di un’imbarcazione) non ha mai assolto funzioni pratiche: ora questi monumenti, splendidamente inutili, nati per ragioni che difficilmente potrebbero essere più diverse, presentano forme incredibili che incredibilmente dialogano tra loro.

Abbandoniamo i piloni dell’Enel al loro destino per seguire piuttosto le vicende della strana apparizione che, dall’ottobre del 2013, ha trasformato il paesaggio calabrese che si affaccia sullo stretto di Messina. Si tratta di “una nuova, gigantesca arca-barca, arenata sullo scoglio-castello a seguito di una eccezionale marea”, per usare le parole dell’autore, Velasco Vitali, che spiega in questo modo come la sua opera sia approdata proprio in quei lidi: “Il Castello di Scilla, solitario specchio della cittadina tra le onde dello stretto, è il luogo più adatto all'installazione: per un fortuito gioco del caso o per calcolo e perizia tecnica dei suoi costruttori, visto dalla piazza principale di Scilla, il colmo del castello si sovrappone perfettamente alla linea dell’orizzonte, proponendosi come supporto ideale”. Centinaia di canne di bambù di varia sezione, intrecciate tra loro, formano “l’evanescente sagoma di una barca, tutta rossa, che sembra navigare sul profilo incerto dell’orizzonte Medi-terraneo”

Prima di scegliere questa soluzione di grande impatto visivo ed emotivo, Velasco aveva immaginato di intervenire artisticamente nei boschi della valle di Scilla, pensando a gusci di barca incastrati sulle cime dei pini marittimi, per i quali aveva già eseguito studi, schizzi e anche un bozzetto tridimensionale di notevole suggestione, oggi ricoverato nel suo studio. Successivamente l’idea si è evoluta ed è mutata, fino ad arrivare alle attuali forme. Ecco quindi il guscio di barca fatto di tronchi, metafora dei rami degli alberi delle foreste dell’Aspromonte, posato su un alto approdo, anzi, sull’approdo più alto.

Perché la barca? Da dove proviene l’idea di questa forma dalla valenza fortemente metaforica? E quali sono i significati di cui è intrisa, di quali messaggi si fa portatrice? Per Velasco lo scafo è il mezzo per traghettare metaforicamente un’idea, che nasce clandestina nella mente dell’artista, dal luogo recondito in cui prende corpo, dal continente sconosciuto nel quale ha origine, fino alla realtà. Dalla mente allo sguardo della gente, attraverso questo strumento si compie il passaggio da un pensiero a un oggetto concreto che, poi, deve avere forma e senso. Ma la nave, nell’immaginario fantastico di Vitali, è anche simbolo di un altro viaggio complicato e dalle rotte incognite, che porta dall’età del gioco e della beata incoscienza alla maturità.

In fondo, non c’è tanta differenza tra il percorso che deve affrontare l’idea dell’artista, dal comodo limbo dell’immaginazione al duro confronto con la realtà e con il giudizio del pubblico, a quello che vive un ragazzo nel momento in cui passa da un’età nella quale tutto è possibile ma ancora da costruire, a una in cui si devono fare i conti con i problemi della quotidianità.

Tutto questo, prima ancora che in Medi-terraneo, si esplicita in Sbarco, il gruppo scultoreo progettato e allestito nella piazza del Duomo di Pietrasanta e successivamente esposto a Milano, di fronte alla facciata della Stazione Centrale: due uomini si caricano sulle spalle uno scafo rovesciato che, di fatto, copre loro gli occhi e impedisce di vedere la strada, l’orizzonte, il futuro. Esattamente come accade all’idea clandestina che sorge nella mente prima di diventare opera o a un giovane che sta crescendo: si deve per forza viaggiare senza sapere dove si arriverà. Le forme di Sbarco, rielaborate, reinventate e, in qualche modo rinate, senza l’ingombrante presenza della figura umana, qualche anno dopo tornano in Medi-terraneo, nome che letteralmente significa “il mare in mezzo alle terre”.

Ed è proprio così che se lo immagina l’artista, esattamente come potrebbe immaginarselo un bambino, partendo dal significato più letterale per proiettarlo nella maniera più visionaria. Velasco “vede” il mare in un’epoca in cui davvero era nel bel mezzo di quegli spazi che oggi sono terra abitata e dove, dopo il ritrarsi delle acque, sugli approdi più alti sono rimasti incagliati i mezzi di trasporto che permettevano agli uomini di muoversi nel mare e che hanno materialmente consentito lo sviluppo della civiltà occidentale.

La nuvola rossa sulla sommità del Castello di Scilla è frutto di questa fantasia ed è figlia dei pensieri espressi poco sopra. L’imbarcazione composta da centinaia di canne di bambù è metafora del grande viaggio ideale e allo stesso tempo è archetipo di tutti i viaggi realmente avvenuti dall’antichità ai giorni nostri. Lo scafo di Medi-terraneo è il prototipo della barca di Ulisse che naviga tra Scilla e Cariddi e delle navi che hanno reso florido il commercio tra i vari porti del mare nostrum.

In maniera del tutto naturale, forse prevedibile e comunque facilmente comprensibile, l’installazione è stata assunta come simbolo delle migrazioni disperate di oggi e monito di una tragedia continua. Lo stesso destino, in maniera ancora più evidente ed evocativa, era toccato a Sbarco, le cui forme hanno assunto autonomamente altri valori, altri significati, divenendo nell’immaginario collettivo concreta allusione ai viaggi drammatici dei migranti che fuggono dalle sponde nord-africane per cercare rifugio su quelle europee.

È avvenuto un transfer da una dimensione mentale e personale a una sociale e drammatica: sia Sbarco sia Medi-terraneo hanno compiuto un viaggio, sono cresciute, hanno preso la loro strada, hanno fatto un percorso imprevisto e impensabile in origine. Velasco non intendeva cimentarsi con un monumento ai naufraghi e alle vittime delle migrazioni di oggi: le due sculture lo sono diventate da sole, la loro forza visiva e immaginifica le ha portate a essere anche questo.

Articolo pubblicato su ArtApp 13| IL MEDITERRANEO

Chi è | Michele Tavola

Ha conseguito il Dottorato di Ricerca in storia dell’arte presso l’università di Torino dopo essersi laureato in lettere alla Statale di Milano e dopo essere stato borsista alla Fondazione Longhi di Firenze, città dove ha frequentato anche la Scuola di Specializzazione in storia dell’arte. In qualità di esperto d’arte ha collaborato con Radio Popolare di Milano e collabora, dal 2008, con il quotidiano La Repubblica.

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