• Fosco Maraini

Affinità e fascinazioni

Uno scritto suggestivo che Fosco Maraini, antropologo, orientalista, scrittore, viaggiatore, fotografo e alpinista, ha dedicato nel 1991 a una pubblicazione di Paolo Riani

La Garfagnana, è un'area storico-geografica della provincia di Lucca, in Toscana

La Garfagnana è un po’ la Bretagna, il Vermont, il Tohoku della Toscana: un complesso di valli oggi coltivate fino in alto, ma che si avverte chiaramente furono nascoste da selve lussureggianti fino a tempi molto vicini a noi. La compita civiltà toscana vi si fa sentire, eccome, basterebbe pensare a Castelnuovo reso famoso dalla presenza dell’Ariosto tra il 1522 e il 1525, ed a Barga celebre fin dal Rinascimento, poi riavvicinata alle patrie lettere dal riverito nome del poeta Giovanni Pascoli. Eppure in Garfagnana resta sempre un residuo fascinosamente primordiale. Basta un nonnulla, un leggero calo di popolazione, come avviene oggi (attrazione nefasta delle metropoli), e le foreste, i cinghiali, i tassi, le volpi si riappropriano del territorio: oè qui siamo padroni noi! I luoghi hanno spesso solennità nibelungica.



Fosco Maraini e Paolo Riani a Tokio, 1966


A ponente sorge la muraglia petrosa delle Apuane viste “da dietro”, non dalla facciata luminosa che dà sulla Versilia e sul mare, a levante compare la poderosa schiena dell’Appennino, ancora fortemente, profondamente boscosa, umanizzata soltanto dal Santuario di San Pellegrino – dove s’onora il ricordo d’un figlio dei re di Scozia che trovò pace tra queste selve nel VII secolo. Ogni volta che vado in Garfagnana – e ci vado spesso perché lassù ho una casa tra castagni e faggi – mi colpiscono due cose. Una, la frequenza di grandi segnali improvvisati lungo le strade che dicono per esempio: Disco e Follie per giovani, oppure Sabato Liscio per Tutti, oppure ancora Gran sagra delle Pappardelle, Sagra dei Funghi Porcini, Festa della Pupporina. In altre parole, anche un estraneo sprovveduto accoglie subito il messaggio: cioè che i garfagnini amano intensamente la vita; sù, movimento, danze, vino, amore, mangiate, baci, canti!


Kioto, 1967 | Photo © Paolo Riani


Non va trascurato il fatto che la Garfagnana è una delle poche vallate d’Italia dove si coltivano ancora con solerte e commovente amore i Maggi, drammi popolari recitati da compagnie dialettali e dilettanti di paese, per lo più all’aperto, sotto le fronde dei castagni, sui temi che in genere riportano agli antichi scontri tra paladini e saraceni, al mondo della poesia cavalleresca medievale. Siamo vicini, artisticamente e poeticamente, al teatro dei pupi siciliani. In parallelo dunque al gusto per i piaceri saporosi della vita, resta la capacità di rivivere sogni le cui radici si perdono nel paleolitico della nostra cultura. Né va taciuto un altro aspetto di questo mondo un po’ appartato – e spero che gli amici garfagnini mi perdoneranno se ne faccio cenno. Per secoli queste alte convalli del fiume Serchio furono regione di confine tra i poteri dei granduchi di Toscana, degli oligarchi di Lucca e dei signori di Modena e Ferrara.


Velieri nel porto di Bombay, India, 1970 | Photo © Paolo Riani


Chi dunque aveva conti in sospeso con l’uno stato, sconfinava facilmente nei territori degli altri – e viceversa. In parole povere la Garfagnana era gran terra di banditi e briganti. Il misero poeta Ludovico Ariosto, spedito a far da commissario del duca di Ferrara in queste remote plaghe, forse per larvato esilio e dorata punizione, non fa che invocare rinforzi – nelle lettere spedite al suo signore – per poter far fronte alle malefatte dei fuorilegge. Più volte ricorda “li assassinamenti che ogni dì si fanno qui d’intorno”... aggiungendo che i delinquenti “fatto c’hanno il male si riducono hor sul territorio dei Signori fiorentini, hora dei lucchesi...” Come metter le mani su dei topi voraci in una stanza piena di nascondigli. Certo, quando simili eventi avevano luogo non c’era da stare allegri, ma oggi, secoli dopo, un certo passato da Far West etrusco nelle vene, lascia una saporita eredità di fierezza, d’originalità, d’indipendenza.


Paolo Riani, India 1972


La seconda cosa che noto, quando mi reco da quelle parti, sono certi cartelli che indicano la strada per Riana, oppure per le Cartiere Riani o segnali consimili. Allora nella mia testa avviene una simpatica e festosa confusione: vedo Paolo, la terra dei suoi antenati, monti sassosi e crespati cespugli, antichi briganti con l’archibugio o una spadaccia, Ludovico Ariosto che sospira per la sua Ferrara, i paladini, i saraceni, il ballo liscio, il duca Estense, le sagre dei porcini, dei necci di castagne, delle torte alle mele, e bevute di vino asprigno su dolci con lamponi e mirtilli. Naturalmente Paolo è squisitamente imbevuto di finezze fiorentine, si è assorbito Marsilio Ficino, Brunelleschi, Leon Battista Alberti e Botticelli col latte scolastico. Paolo sta dunque alla Garfagnana come un vetro di Murano ad un boccale di Montelupo, eppure – scusatemi – ma io credo alle radici...raffinate, sublimate in ricami e gorghezzi, ma sempre radici sono, laggiù nelle invisibili catacombe nell’animo.


Cinque bambini nel giorno di festa a Cicicastenango, Guatemala, 1967 | Photo © Paolo Riani


Con tali radici in corpo, o meglio col corpo (e l’anima) in tali radici, che poteva mai succedere ad un Paolo che ormai aveva preso il volo dal nido? È ovvio, doveva trasformarsi in cittadino del mondo. Un po’ come fanno oggi la Lituania, l’Ucraina, l’Azeirbagian, Paolo decretò la propria indipendenza totale non solo dal sistema, ma da tutti i sistemi. Emise perfino i suoi francobolli. E probabilmente misura i terreni e gli edifici, le mura, gli archi ed i pinnacoli, con una sua segreta scala di metametri fondati sugli Angström e sugli anni luce. Addio Garfagnana, addio Firenze, addio Toscana. Chi vuol conferire con Paolo vada ad Atlanta, a Novosibirsk, a Macchu Picchu o sulle colline di Kyoto – dove si coltivano i germogli di bambù, per mangiare la carne vegetale, grassa ed impertinente. Divenire cittadini del mondo non è però uno scherzo; almeno per adesso, comporta molti e gravi rischi per la semplice ragione che il Mondo esiste solo, in realtà, come palla fisica negli spazi celesti.


Tre monaci a Lasa, Tibet, 1988 | Photo © Paolo Riani

Dal punto di vista della realtà umana non esiste il mondo, ma coesistono decine, centinaia di mondi e mondicelli diversi, ciascuno con le proprie muraglie e le proprie torri di vedetta, ciascuno con proprie monete interne per lo smercio di parole, di pensieri, d’emozioni. Gli inglesi hanno una loro spiritosa espressione: “to fall between two stools”, cadere sull’impiantito, con serio dolor di culo, tra due panchetti. Il cittadino del mondo rischia di franare per terra non tra due, ma tra dozzine di panchetti, e non con semplice dolor di culo, ma con aggravio mentale ed ecchimosi d’identità metafisica.


New York con le Torri Gemelle, 1996 | Photo © Paolo Riani


Oggi come oggi il “cittadino del mondo” rischia di soccombere sotto i colpi di un male sottile ed angoscioso: la perdita d’identità. Chi sono io? Qual è il vero sapore del mio spirito, l’odore dei miei pensieri? Datemi longitudini e latitudini su cui appoggiarmi. Paolo, in qualche modo segreto, è riuscito a superare con eleganza brillante le rapide che travolgono tanti altri navigatori. Perché? Secondo me proprio per quelle barbe tenaci, profonde e penetranti, che lo legano alla Toscana, alla Garfagnana, e lo costringono a mantenere, in ogni nuova spettacolare capriola intercontinentale, la propria infrangibile identità.


Chi è | Fosco Maraini

Fosco Maraini (1912-2004) è un uomo che ha attraversato da protagonista il secolo scorso. Antropologo, orientalista, scrittore, viaggiatore, fotografo e alpinista. Partito nel 1938 per il Giappone, dove è stato ricercatore all’Università di Sapporo, ha poi insegnato lingua e letteratura giapponese all’Università di Firenze e ad Oxford. Tra le sue opere le più famose: Segreto Tibet; Ore giapponesi; G-4 Karakorum; Nuvolario; Gnosi delle fanfole; Case, amori, universi; Love Holidays: Quaderni d’amore e di viaggi.

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