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La bellezza invisibile

In base a quali criteri possiamo definire bello un luogo?


Foto © Aurelio Candido


La casa di vacanza d’infanzia, un paesaggio meraviglioso dalla cima di una montagna, un angolo di città che ci ha lasciato senza fiato. Luoghi che sono rimasti impressi nella nostra memoria e che, al ricordarne anche solo degli scorci, ci fanno immediatamente tornare a quello stato emotivo incredibilmente bello che provavamo tempo addietro. Tutti noi abbiamo dei luoghi “del cuore”, luoghi nei quali abbiamo vissuto esperienze magiche, fatte di profumi, luci, colori, suoni, emozioni…


Il profumo del pane appena sfornato a colazione, la luce che entra soffusa dalle tende della veranda che si affaccia sul il giardino, la voce di una persona a cui vogliamo bene che ci parla con gentilezza. Tutto questo rende magico un luogo. Tutto questo rende incredibilmente bello un luogo. Potrà sembrare banale, ma uno di questi luoghi è la casa di mia nonna in Svizzera. L’esperienza che ho raccontato qui sopra, si rifà alle mie giornate di vacanza da lei. Vacanze trascorse in una casa del ‘700, nata come casino di caccia, arroccata su una collina nel Canton Ticino. Un luogo dove i nobili trascorrevano il tempo libero allontanandosi dalla città.


Leggendo “casa del ‘700”, “casino di caccia”, potrebbe venire automaticamente in mente un ambiente lussuoso. Ma non è così. Era una casa che richiedeva importanti interventi di manutenzione e ristrutturazione, che i proprietari non effettuavano. Mia nonna, che era in affitto, non poteva fare altro che adattarsi alla condizione della casa. Casa che fortunatamente aveva tantissimi punti di forza, a partire dalla posizione e dalla quiete, il profumo dei mobili antichi, il fascino del grande focolare attorno al quale ci si poteva sedere attorno… Tuttavia, ricordo perfettamente anche i suoi punti deboli. I serramenti in ferro battuto della veranda, che avrebbero dovuto essere ripristinati e verniciati. I muri con qualche crepa, i locali che d’inverno venivano lasciati freddi per non accendere il camino o la stufa a nafta, la cucina microscopica e scomodissima dove venivano preparati pranzi incredibili per i nostri magnifici natali.


Un luogo assolutamente imperfetto. Esteticamente e funzionalmente. Ma, allo stesso tempo, perfetto. Tanto perfetto da essere ancora in grado, pur non essendo più abitato, di rievocare in me uno stato emotivo unico, riaccendendomi, appena lo penso, esattamente le stesse sensazioni meravigliose che provavo allora. Posso dire che quella casa imperfetta fosse bella? Sì, per me era bellissima. Ma oggettivamente non era bella. Non era adeguatamente curata. E se qualcun altro, una persona estranea, la visitasse oggi, molto probabilmente non ne rimarrebbe affascinato, ne vedrebbe solo le cose da aggiustare, le imperfezioni, le infinite scomodità.


Quale potere hanno nostri luoghi su di noi? Cos’è per noi un luogo “bello”? Qui, la soggettività regna sovrana. Il gusto estetico si unisce al campo dell’esperienza. Penso che un luogo diventi meraviglioso anche in virtù delle esperienze che lì viviamo, oppure dalle emozioni che quel luogo è in grado di farci sperimentare, grazie alle sue caratteristiche estetiche, formali, architettoniche. Provare belle emozioni in un luogo, ce lo fa apparire ancora più bello. I ricordi legati ad esso acquistano ancora più forza e nitidezza, e fanno scomparire le piccole grandi imperfezioni che sapevamo esservi.


E questo è esattamente ciò che accade anche con le persone: possiamo innamorarci di qualcuno che non necessariamente sia bello, ma non importa, ciò che conta sono le emozioni, le esperienze che viviamo insieme a lui o lei. La bellezza di un luogo è qualcosa che trascende la componente estetica, ed allo stesso tempo è intimamente legata ad essa. Ogni luogo, ogni oggetto, ogni colore, forma, materiale, “emanano” una bellezza che dialoga con la nostra parte più intima e profonda.


Potremmo dire che la bellezza più autentica è quella che possiamo riconoscere anche ad occhi chiusi, affidandoci a ciò che il nostro corpo sente. Non è una questione oggettiva, quanto piuttosto una relazione di risonanza. Schelling diceva: l’esperienza artistica è l'esperienza di risonanza tra 1 oggetto e un soggetto. Come possono certe opere d’arte, come certi luoghi, produrre determinate reazioni in certe persone ed in alte no? Possiamo limitare questa spiegazione ad un semplice fattore di gusto?


A mio avviso sarebbe assolutamente limitativo. Occorre mettere in gioco la componente non visibile, che genera, appunto, quella risonanza di cui parla Schelling. Un luogo, le sue forme, colori, profumi, materiali, possono rievocare in noi esperienze assolutamente soggettive, e di cui potremmo anche non essere consci- e qui è la cosa più intrigante-, e determinare in noi una certa reazione. Una reazione difficilmente spiegabile. Entrerebbe comunque in gioco, in un secondo momento, il fattore razionale, che darebbe la spiegazione logica: “manca simmetria”, “quel colore non mi convince”, “le proporzioni non funzionano…”.


Nella mia esperienza, le reazioni che abbiamo nel vivere o guardare un luogo, nascono dalla nostra componente subconscia, la parte della nostra mente che non sappiamo in realtà cosa pensi. Sembra follia, ma è così. La nostra mente subconscia, che è infinitamente più potente di quella coscia, immagazzina fin dalla nostra nascita informazioni ambientali associandole a emozioni, esperienze e sensazioni. Emozioni e sensazioni che possono essere rievocare quotidianamente da forme, colori, suoni, odori, ecc. Da qui le nostre reazioni assolutamente soggettive. Da qui, il potere di un luogo di risultare incredibilmente bello agli occhi di qualcuno, e totalmente insignificante agli occhi di qualcun altro. Questa è la magia dell’essere umano, capace di proiettare fuori da sé, nel proprio ambiente, ciò che in realtà ha racchiuso dentro di sé.

Allora è qui che entra in gioco un concetto magico, quello delle risonanze.




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© Edizioni Archos

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