La cultura del frammento
- Redazione ArtApp

- 29 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
In un mondo fatto di immagini rapide e gesti interrotti, cresce il bisogno di profondità. Il 2025 rivela una nuova tensione tra velocità e attenzione, tra frammento e continuità: un desiderio di ritrovare spazi in cui lo sguardo possa finalmente fermarsi

Viviamo in un tempo che si frantuma. Le immagini scorrono in sequenze brevissime, i suoni durano il tempo di un gesto, i video si consumano in pochi secondi, e ciò che resta in superficie sembra sempre prevalere su ciò che prova a durare. La nostra relazione con l’arte — con ogni forma di rappresentazione — è diventata una relazione interrotta: salti continui, finestre ridotte, intrusioni, stimoli che si sovrappongono senza mai davvero incontrarsi. Eppure, paradossalmente, non abbiamo mai cercato così tanto la profondità.
Il 2025 sembra l’anno in cui questa contraddizione si manifesta con maggiore chiarezza. Da un lato, la cultura del frammento ha raggiunto la sua maturità: la fotografia si consuma in un gesto, spesso attraverso lo schermo del telefono; il cinema si spezzetta in clip; la musica si ascolta in estratti, in atmosfere. L’arte è diventata una sequenza di ingressi e uscite rapide, una soglia che non si varca mai del tutto. Ma dall’altro lato, cresce un desiderio sotterraneo di forme che resistano, di narrazioni che si distendano, di opere che non chiedano solo attenzione immediata ma disponibilità, apertura, tempo.
Il frammento, nato come risposta naturale a un mondo accelerato, è diventato il suo stesso limite. Mostra senza approfondire, suggerisce senza completare, intrattiene senza trasformare. È una promessa rapida, che però esaurisce subito la sua forza. E forse proprio per questo, oggi, il frammento non basta più. È come se avessimo bisogno di un contrappeso, di qualcosa che ci restituisca continuità in un paesaggio fatto di scarti visivi e pause invisibili.
Questa tensione è particolarmente evidente nel campo della fotografia. Basta osservare il percorso di Jamie Hawkesworth, uno dei fotografi che più hanno ridefinito la relazione tra immagine e tempo. Il suo lavoro The British Isles, sviluppato lungo oltre dieci anni, sembra nascere nella logica del frammento — incontri casuali, volti, stazioni, strade di provincia — e invece costruisce una delle narrazioni visive più profonde del nostro presente.
E sebbene non sia un progetto recente, negli ultimi anni è diventato il modello a cui molti fotografi contemporanei guardano: un riferimento che mostra come l’immagine rapida possa trovare senso solo entrando in una struttura più ampia, in un tempo che la accoglie e la trasforma.

Ogni fotografia è un’apparizione rapida, un frammento in sé concluso; ma è nella sequenza, nella lentezza del libro, nella sua architettura emotiva che quel frammento diventa racconto. Parallelamente al grande volume, Hawkesworth ha pubblicato piccoli zines, quasi appunti visivi, micro-capitoli che anticipano l’opera maggiore. Miniature autonome che, insieme, formano un mondo. È una fotografia che accetta la velocità del gesto, ma non rinuncia alla profondità del progetto.
Nel cinema, allo stesso modo, convivono clip di pochi secondi estratte per circolare sui social e film che ritrovano il valore del silenzio, del ritmo interno, dello sguardo che non fugge. Nella musica, accanto alle tracce brevissime pensate per diventare trend, emergono album costruiti come architetture emotive, più vicine a un diario che a un contenuto.
Siamo dentro una soglia. Non rinunciamo al frammento — perché ormai è parte del nostro modo di percepire — ma ne riconosciamo il limite. Ci siamo abituati alla velocità, ma non vogliamo più che sia il nostro unico linguaggio. E così la profondità torna a farsi strada: non come nostalgia, ma come necessità. Non per negare il presente, ma per completarlo. Ed è forse questo che racconta davvero il 2025: che non siamo più spettatori passivi di una cultura che si frantuma, ma autori di un nuovo equilibrio. Che impariamo a restare anche mentre scorriamo. Che desideriamo opere che ci attraversino, non solo che ci raggiungano. Che il frammento non è più il destino dello sguardo, ma una delle sue possibilità.
Se oggi ci muoviamo tra pagine brevi e profondità ritrovate, tra sguardi interrotti e narrazioni che chiedono ascolto, è perché abbiamo compreso che nessun frammento basta da solo. Serve un punto di contatto, un luogo dell’anima in cui l’immagine veloce trova il suo contrappunto lento. Serve un ritmo più umano.
La cultura del frammento non è finita: ha semplicemente scoperto il suo limite. E dentro quel limite, finalmente, stiamo ricominciando a respirare.


































