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Il design come strategia del nuovo

Enrico Morteo offre un ricco esame critico all'ultimo libro di Giovanni Cutolo



Nel suo ultimo libro ALLA RICERCA DEL SENSO-Sotto il segno del design, (Amazon, 2023) Giovanni Cutolo affida a una frase di Umberto Eco la propria personale e folgorante epifania di fronte al design. Ecco un frammento della frase in questione, riportata da Cutolo nel prologo del libro: Noi produciamo la macchina; la macchina ci opprime con una realtà inumana e può renderci sgradevole il rapporto con essa, il rapporto che abbiamo col mondo grazie a essa. L’industrial design sembra risolvere il problema: fonde bellezza e utilità e ci restituisce una macchina umanizzata, a misura d’uomo. Un frullino, un coltello, una macchina da scrivere che esprime le sue possibilità d’uso in una serie di rapporti gradevoli, che invita la mano a toccarla, accarezzarla, usarla; ecco una soluzione. (Umberto Eco, OPERA APERTA, Bompiani, 1963).


Sarà l’industrial design capace di infondere utilità e bellezza affrancandoci dall’alienazione e dalla bruttezza dei prodotti della macchina o non sarà invece l’interprete di moderni comportamenti collettivi la cui affermazione è proporzionale alla bellezza che riconosciamo ad un oggetto? Folgorato dal Design, Cutolo ha abbandonato la sua prima vita e si è lanciato a corpo morto - ma ben vivo - nell’agone del design. E lo ha fatto entrando dalla porta principale. Tornato in Italia lavora come manager in una delle ‘grandi’ aziende dell’olimpo milanese; curioso, continua a navigare fra impresa e mercato, fra cultura e avventura. Ma, direi, ben presto Cutolo deve aver cominciato a dubitare delle regole e dei bilanci dell’industria, del design come alibi, come cosmetico. Colto e curioso, comincia a guardarsi intorno: si avvicina a Mendini e insieme fondano MODO; anticipa la moda delle cucine di lusso portando in Italia la tedesca Bulthaup; si impegna nel tentativo azzardoso di rinnovare le polverose stanze della Fondazione ADI-Collezione Compasso d’Oro. Impresa questa fallita, ma che forse ha suggerito ad altri di rilanciare la sfida. Infine, ha trovato approdo sicuro lontano da casa, in una Catalogna meno accecata dal design, ma più affettuosa e umana.


Non spetta a me ripercorrere la vita di Giovanni Cutolo. Lo fa benissimo da sé, e questo libro mi pare che sia il diario (abbastanza fedele) del suo itinerare; del suo partire lancia in resta, ben calato sul destriero ideologico che Umberto Eco gli offrì nel 1965 con lo scopo donchisciottesco di spargere bellezza a piene mani e lenire così i dolori del mondo. E del suo progressivo interrogarsi sul ruolo e sugli obiettivi del design. Illuminante in tal senso il suo L’Edonista Virtuoso (Lybra Immagine, Milano 1989), nel quale va in scena un delizioso scambio di ruoli fra produzione e consumo, nel quale il privilegio dell’intelligenza sfugge dalle mani dell’onnipotente binomio industria/designer per riemergere nel valore delle scelte compiute da un illuminato consumatore. Certo, le cose sono un poco più complicate di come io le riassumo. Ma è certo che, complici tante letture, Cutolo lasci intravedere ben più di qualche crepa nel muro di solide estetiche certezze. Che dire poi di Lusso e design (Abitare Segesta, Milano 2003), ossimoro perfetto che ci costringe a riscrivere, o quanto meno a ripensare, le presunte fondamenta etiche del design. Va bene che per Cutolo il lusso sia culturale, ma pare evidente che la cultura abbia un costo e un valore, dato il prezzo medio di un buon prodotto ‘di design’.


Non voglio ripercorrere né la bibliografia né la biografia di Cutolo. Non lo saprei fare, non sarei in grado di accompagnarlo in improbabili avventure, in mille colte digressioni, in citazioni inaspettate, in compagnia di letture da cui personalmente mantengo prudenti distanze. Ma mi incanto quando racconta dei suoi incontri, quando rievoca momenti e stagioni, intuizioni ed errori. Soprattutto mi appassiona il suo ritrovarsi faccia a faccia con Freud, Gehlen, Marx, Nietzsche, Spengler, addirittura Platone, a rivangare le origini profonde di una modernità violenta, incerta, arrogante, spaventata. Ma mi spiace quando, alla fine, Cutolo sembra arrendersi ammettendo di aver forse sbagliato, che non il design, ma la tecnologia ha dettato, detta e detterà le regole del gioco; anche se ancora concede al design il ruolo di lusso culturale, ma cosa per pochi e riservata a pochi.


Ebbene non credo sia così. Credo che il design non sia stato uno strumento poco efficace quanto straordinario, un linguaggio potente e un sistema di segni e simboli con i quali abbiamo addomesticato la tecnica e digerito le brutture del nuovo. Vorrei convincere Cutolo che del design non avremmo potuto fare a meno, che è stata un’avventura bellissima, anche se oggi è, ammettiamolo, finita. O certo molto trasfigurata da che abbiamo digerito ogni trauma estetico, ogni tecnologica sorpresa. È stato il design che ogni volta ci ha aperto la via. Ricordo ancora il turbamento che provai di fronte alla prima collezione di Memphis, nel 1981. Tutte le mie certezze vacillarono, la mia interiore idea di bellezza si ritraeva turbata. Ci ho pensato per più di trent’anni, sino a capire che la libreria Carlton è forse l’oggetto che disegna esattamente il confine fra una esausta modernità e una nascente post-modernità. Fra il nostro passato prossimo e il nostro futuro anteriore.

Del passato possiamo ripercorrere i passi. Del domani sappiamo poco.


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