• Edoardo Milesi

L’Identità

Come giudichiamo l'identità di una persona nell'anno venti del terzo millennio, segnato dalla globalizzazione sociale e culturale e dalle nuove tecnologie legate all'intelligenza artificiale?

La darsena di Milano in tempo di Covid 19

La sociologia, la psicologia, l'antropologia, la pedagogia hanno declinato il concetto di identità secondo i propri modelli interpretativi. La storia, e la linguistica in particolare, ne hanno spesso modificato la prospettiva cercando occasioni per rinnovarsi. La politica, coniugando il concetto in senso nazionale, ne ha fatto uno strumento di governo per sostenere il senso di appartenenza venuti meno i vincoli dei vecchi regimi e dei loro ordini. Nella storia della filosofia il vero cambio di paradigma è avvenuto con John Locke, filosofo e medico inglese, anticipatore dell’illuminismo e del criticismo. Nella seconda metà del ‘600 Locke smonta il concetto di identità aristotelico (secondo Aristotele l’identità è tutto ciò che rende un'entità definibile e riconoscibile perché possiede un insieme di qualità o di caratteristiche che la fanno essere ciò che è) trasformandolo da sostanza data a sostanza supposta.


Per Locke infatti a essere date sono le idee, che sono l'unico oggetto della nostra conoscenza. La sostanza è supposta, ma in sé rimane sconosciuta. L'io come sostanza supposta (ma sconosciuta) si rivela all'uomo attraverso l'intuizione di sé: il pensare, il sentire, il volere in tutte le loro forme lo rivelano, lo vestono e lo costituiscono nell'esperienza. Sarà David Hume a fare il passo successivo negando qualsiasi conoscenza reale: la sostanza, e di conseguenza l’identità, altro non sono che collezioni di idee caratterizzate da una certa stabilità. Un termine quello dell’identità, più che mai abusato ai giorni nostri anche se da sempre messo in discussione perché, come il termine razza nel contesto umano, finisce spesso per essere pericolosamente strumentale a scopi autoritari e repressivi.


L’identità infatti può essere progettata facendo ricorso all'appartenenza, e l'appartenenza viene spesso costruita sull'esclusione. Un processo distruttivo che condanna l'identità alla fossilizzazione e a un progressivo impoverimento. Per gli scienziati l’identità di un essere vivente è definita dai suoi dati biometrici. I sentimenti, i desideri, le opinioni, le decisioni sono processi biochimici che tutti i mammiferi usano più o meno inconsapevolmente per calcolare velocemente le probabilità di sopravvivenza e di riproduzione. Nella società umana il senso identitario è legato a filo doppio al lavoro. Un’eredità che ci arriva direttamente dal creatore che per punire l’uomo, che si è concesso il piacere del sesso e della procreazione, lo condanna al lavoro forzato per la sopravvivenza. Quindi perdere il lavoro spesso significa perdere la propria identità, perdere il controllo sulla nostra vita. Una cosa della quale tenere conto in un mondo in cui la tecnologia dell’Intelligenza Artificiale sta minacciando una serie sempre crescente di mestieri, di professionisti, di artisti e di creativi.


“Entro il 2050 potrebbe emergere una classe inutile dovuta non solo a un’assoluta mancanza di lavoro, ma anche a un’insufficiente resistenza mentale al cambiamento” (Yuval Noah Harari 21 lezioni per il XXI secolo Bompiani). Uno scenario che incute terrore: garantire il posto di lavoro significa infatti non solo creare economia, ma proteggere le persone, il loro status sociale, la loro autostima, la loro identità. Nello stesso modo l’attaccamento al luogo in cui viviamo o abbiamo vissuto fornisce un senso di stabilità, sicurezza e identità personale che diventa parte di noi e ci portiamo dentro e lontano -la distanza è addirittura in grado di aumentare l’orgoglio di appartenenza- ma vedere o sapere che il luogo nel quale siamo cresciuti, per cause spesso incomprensibili, si sta distruggendo porta le persone a un grave malessere psicofisico spesso inconscio.


I disastri naturali collegati a mutamenti climatici quali alluvioni, uragani, incendi, siccità prolungate che accadono anche molto lontano da noi influenzano negativamente le relazioni interpersonali, le performance sul posto di lavoro, e sono collegati a un tasso più alto di abuso di sostanze quali alcool e droghe e addirittura di suicidio. La globalizzazione ha ridotto enormemente le differenze culturali sull’intero pianeta, questo ha fatto si che identità culturali simili, come quelle europee (di francesi, italiani, spagnoli, greci) si siano organizzate per affrontare sinergicamente quelle culturalmente diverse. Religioni e nazionalismi rappresentano l’estremo tentativo di affermare tali identità complicando la necessità di affrontare i grandi problemi globali della civiltà umana in modo organizzato (nucleare, collasso ecologico, rivoluzione tecnologica) o al contrario rappresentano un’alternativa a un pensiero omologante e per questo molto pericoloso. È Karl Marx che ha definito la religione solo una “vernice”, considerandola sovrastruttura ideologica tendente a giustificare i rapporti sociali come prodotti della natura. A molti è parso eccessivo ridurre millenni di identità culturali a semplici sovrastrutture.


Anche se, in un regime globale nel quale le differenze tra Iran, Israele, Russia, Cina, Europa, Stati Uniti, Giappone, sono praticamente inesistenti dal punto di vista politico (tutte capitaliste), economico, sanitario, militare e burocratico, le uniche differenze identitarie si riconoscono nei riti, nelle cerimonie e nei divieti tutti di origine religiosa. Siamo una grande e unica umanità stretta nella morsa del cambiamento climatico, del rischio atomico e della pressione tecnologica dentro la quale gli uomini sono tenuti in gruppi distinti e spesso ostili tra loro da nazionalismi e religioni. D’altra parte, essere patrioti non significa odiare gli stranieri. Applicare una politica globale non significa abbracciare un’identità globale, rinunciando alla propria cultura e alla propria identità. Sappiamo bene come l’identità culturale contaminata da altre culture non si sbiadisce bensì si arricchisce e si eleva.


Le grandi culture di riferimento si sono costruite mediante stratificazioni di identità diverse anche nomadi e questo semplicemente perché la cultura si genera stando assieme, abitando assieme lo spazio. La cultura è autopoietica, si produce mentre si manifesta, spesso nel conflitto.


Chi è | Edoardo Milesi

Architetto, fonda nel 1979 lo Studio Archos orientandosi da subito, attraverso la partecipazione a concorsi di progettazione, verso un costruire fortemente connotato da dettami ecologicamente regolati nell’ambito di una lettura “forte” della realtà. Nel 2008 fonda con un gruppo di artisti e architetti la rivista “ARTAPP” della quale è Direttore. Dal giugno 2009 è presidente del Comitato culturale della Fondazione Bertarelli. Nel 2012 fonda l’Associazione culturale Scuola Permanente dell’Abitare.

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