• Alberto Mazzocchi

La città sotterranea

La città di Osimo svelata attraverso i suoi cunicoli sotterranei, costruiti dai Romani, che la attraversano tutta

Osimo sotterranea

Quando ci riferiamo al concetto di città nel nostro paese, andiamo con il pensiero agli edifici che svettano dal terreno: case, chiese, campanili, palazzi. Difficilmente riusciamo a immaginare una città alla rovescia, dove gli ambienti abitativi sono stati deliberatamente costruiti sotto il suolo. Sottoterra si costruiscono rifugi antiatomici, laboratori militari, ma non città estese per chilometri. In Italia esiste un luogo suggestivo che smentisce questa affermazione: la città sotterranea di Osimo. Osimo, 36.000 abitanti, provincia di Ancona, è situata in una zona collinare a pochi chilometri dalla Riviera del Conero e curiosamente si trova nel centro di un arco che congiunge con equidistanza in linea d’aria le tre città d’arte italiane: Venezia, Firenze e Roma. Antica e potente città, che ha avuto diciassette cardinali, ha ospitato tre futuri papi e ha visto la sepoltura addirittura di un antipapa, dista pochi chilometri dalla costa anconetana, lontano perciò dal turismo di massa.


Il suolo della città è percorso da una lunghissima rete di gallerie, costruite prima dai Galli Piceni che popolarono la regione nel V secolo A.C., poi utilizzate dai Romani come fonte di approvvigionamento dell’acqua per quella importante città che chiamarono Auximum. Sappiamo poi che nel 174 A.C. gli stessi Romani costruirono le possenti mura (le cui tracce sono ancora oggi visibili in alcuni punti delle mura medioevali), estraendo le pietre di arenaria dal sottosuolo. La gallerie furono ampliate e prolungate ai confini della città. Apparentemente un mondo sotterraneo creato per meri motivi tecnici. Le grotte furono scelte da confraternite segrete che lasciarono la loro impronta nelle incisioni, altorilievi e decorazioni il cui significato resta ancora avvolto dal mistero. Templari, gnostici, fraticelli, quietisti, rosacrociani e altri movimenti eretici utilizzarono il buio e la discrezione delle gallerie sotterranee per svolgere cerimonie o riti lontano dagli occhi dei persecutori.



Udito, olfatto e tatto furono gli unici sensi che permisero di orientarsi ai frequentatori degli ambienti ipogei. L’ingresso ai locali veniva preceduto da piccoli segni nelle pareti: due cavità segnalano un bivio, tre una tripla diramazione. Per orientarsi al buio occorreva imparare a usare le mani nei punti giusti dei corridoi. Oggi le moderne torce elettriche permettono di illuminare ambienti suggestivi e vedere con gli occhi quello che i nostri progenitori sentivano unicamente con le mani. I palazzi nobiliari che costituiscono la parte più affascinante del centro storico della città marchigiana dispongono di scale che portano all’accesso di questo mondo sotterraneo. Essendo residenze private, sono per lo più chiuse al pubblico, salvo rare occasioni. Sotto l’attuale Palazzo Riccioni, dove sembra che ci fosse una magione templare, esiste una grotta con un evidente posto di guardia, una piccola sala con tre nicchie, prima di un lungo corridoio nel cui ingresso è scolpita una croce ad 8 punte. In uno dei lati sembra di vedere un bassorilievo a forma di animale grottesco che potrebbe essere riferito al famoso baphomet templare.


Uno dei bassorilievi più interessante, visibile nei cunicoli sotto il Palazzo Simonetti, è però la “Triplice Cinta”. Molti ricercatori considerano questa incisione come la più sofisticata e interessante tra tutte quelle presenti nel nostro paese. Questo simbolo geometrico potrebbe indicare la triplice cerchia di Atlantide del racconto di Platone o una Gerusalemme Celeste con dodici porte. Probabilmente, nel caso osimano, essa rappresentava una sorta di regolo geometrico che richiamava, con un’approssimazione quasi perfetta, la “quadratura del cerchio”, uno dei segreti delle gilde degli antichi costruttori. Nella stessa grotta esiste un’altra enigmatica scultura: una figura femminile a braccia alzate. Si tratta della Melusina, sirena con due code divaricate, figura mitologica dalla quale alcune famiglie nobili del Medioevo (come i Merovingi e i Plantageneti) ritenevano discendere.


Grotta Simonetti e la triplice cinta


La figura della Melusina nasconde dietro il suo aspetto, il ricordo di culti vetusti: la donna che aiuta l’uomo nella ricerca della conoscenza, il simbolo dell’unione che ci eleva al divino e forse altro. Un altro palazzo nobiliare che presenta stupefacenti gallerie sotterranee è Palazzo Campana. Sono molteplici le interpretazioni dei simboli e delle allegorie presenti nei sotterranei e ancora incerta è la datazione. Si possono vedere due figure umane, una adulta, con le mani incrociate al petto e uno strano copricapo, una con sembianze di fanciullo che si sostiene con ambo le mani al ramo di un piccolo albero, forse interpretabili da studiosi come il Ripa, come la Morte e la Perseveranza. Nel muro di fronte, si nota una donna con un cimiero simile alla testa di un elefante, una cornucopia nella mano sinistra e uno scorpione nella destra che potrebbe indicare l’Africa.


Proseguendo nel cammino si vedono un guerriero con un elmo e un’asta e altre figure che qualcuno ipotizza essere il Castigo (un uomo con la scure accanto ad animali), la Volontà (una giovane con le ali alle braccia ed ai piedi), l’Ingegno. Si possono poi scorgere una figura di donna inginocchiata, incensante davanti una statua di un toro (l’Idolatria) e più in là un’altra figura femminile con atteggiamento più superbo (la Iattanza). Più in alto, è visibile la figura di Bacco con accanto una botticella (per gli alchimisti Bacco rappresentava il Sole e Osiride), scene di caccia al cervo seguite dalla rappresentazione della Frode (una donna con due teste), il Ratto di Proserpina (una donna nuda e prosperosa, sdraiata su di un carro che due fauni cornuti stanno trascinando) e la rappresentazione dell’assioma ermetico del Solve et Coagula (sciogli e coagula), con una donna con la mano sinistra alzata e la destra aperta verso il basso.



Le gallerie si dipanano sotto tutto il suolo della città per molti chilometri, con ambienti più ampi e altri più stretti, con nicchie, insenature e pozzi di risalita. I simboli sono incisi ovunque. Durante la seconda guerra mondiale costituirono un formidabile sistema di rifugio antiaereo che protesse la popolazione locale dai bombardamenti. Nel 1989 l’Amministrazione Comunale di Osimo deliberò un primo parziale censimento degli ipogei. La mappa evidenziò 88 grotte e nicchie (solo una parte di quelle esistenti) che si dipanano per circa 9.000 metri, con disposizione a doppio pettine, oltre a una decina di stretti cunicoli, che sembrano più antichi. I livelli di profondità variano tra i 5 e i 15 metri, con la maggioranza di grotte scavate tra gli 8 e i 10 metri. Da pochi anni, il Comune di Osimo ha cercato di valorizzare questa incredibile città sotterranea e grazie al personale efficientissimo dell’Ufficio Turistico di Osimo, è possibile visitare una parte di questi cunicoli affascinanti, messi in sicurezza con luci e percorsi asciutti praticabili anche da chi non ha esperienza speleologica.


Una ricchezza unica al mondo, poco conosciuta in Italia e nel resto del mondo, che costituisce un tesoro inestimabile per gli amanti della storia segreta e del mistero. Nel libro “Alla luce nell’ombra” (Edizioni Spring Color, Osimo 2014), scritto dal sottoscritto e da Roberto Mosca, fondatore dell’Archeoclub locale e appassionato ricercatore, si è cercato di ricostruire le complesse vicende storiche che si svolsero, spesso segretamente, sotto il suolo osimano, fornendo informazioni e immagini dettagliate del complesso mondo sotterraneo. Gli Autori, raccogliendo lo scarso materiale degli archivi cittadini hanno provato a dare ipotesi interpretative di questo straordinario patrimonio storico, che non si esaurisce solo sotto le vie del centro storico, ma che continua in alcuni luoghi suggestivi poco distanti dalla città, come il santuario di Campocavallo o la chiesa di San Filippo de’ Plano, edificio sacro usato dalla principale guarnigione di cavalieri templari del centro Italia, tra il XII e il XIV secolo, abbandonata all’incuria e ai vandali alla fine del secolo XX e finalmente restaurata, grazie al progetto dell’arch. Edoardo Milesi nel 2014.


Chiesa di san Filippo de' Plano, Osimo (AN)


La chiesa è collocata in una collina che guarda verso il Santuario di Loreto, distante pochi chilometri in linea d’aria. Forse proprio da questa località i cavalieri templari decisero di intraprendere il trasporto della Santa Casa di Nazareth dalla Palestina all’attuale sede di Loreto. Un altro mistero che arricchisce questa affascinante e poco conosciuta parte d’Italia.


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