Il Poeta del jazz


Un libro, una registrazione musicale memorabile, uno dei jazzisti più importanti di ogni tempo, e l’incontro prende forma

Chet Baker

Il libro è “Magari domani resto” di Lorenzo Marone, la registrazione è “My Funny Valentine”, colonna sonora delle sue pagine, e il jazzista è Chet Baker. È una parentesi delicata, lo è ancora di più se quella lettura scompiglia rende urgente la necessità di ascoltare lo stesso brano che la protagonista Luce accende nel romanzo contemporaneo di Marone. Sposto l’attenzione dalle pagine alla musica e appare qualcosa di inaspettato, un mondo - quello del jazz - accarezzato tante volte, e mai approfondito. Un mondo abitato da anime buie e fragili, capaci di una musica inconfondibile. Forse irripetibile. Cosa sia il jazz è intuibile, chi siano stati i timonieri di questo genere musicale viscerale e complesso lo sanno solo i suoi amanti, esperti per passione. Sì, perché il jazz puro non è subito pop e di facile ascolto. È lentezza e sofferenza. Non si confonde. Ha ispirazioni continue e non lascia spazi vuoti. Se non si ama, è insopportabile perché non concede nulla. È proprio del poeta-trombettista jazz Chet Baker l’affermazione che solo il due per cento del pubblico sa veramente ascoltare, intendendo con questo seguire le idee di un solista ed essere capaci di sentirle in relazione agli accordi. Parole nude che escludono ogni interesse verso fama e allori, sottolineando armonia e furore, due manifestazioni apparentemente inconciliabili, che in Chet trovano il loro accordo perfetto e unicità nella performance.

Street of Fame, Burghausen (Germania)

Chet Baker aspirava a quella lentezza quando suonava, fino al punto di arrabbiarsi ferocemente con chi nel gruppo osava velocità nell’esecuzione, e viveva con sofferenza facendo uso costante di droghe. Come un folle metteva la sua vita nella musica con risultati memorabili, ma non viceversa. Entrava e usciva dai carceri con la stessa vibrante facilità con la quale suonava la sua tromba. Espulso da alcuni paesi europei, pestato a sangue da alcuni spacciatori di San Francisco, mascella rotta e denti saltati, ogni volta moriva per rinascere in qualche club fumoso e dalle luci basse, mentre Il suo volto da attore era sempre più incrostato di storie dolorose; non sfugge l’immagine che Enrico Rava, uno dei jazzisti italiani più internazionali, ha restituito di Chet Baker durante uno dei loro ultimi incontri, «Il suo volto bellissimo è ancora lì, nascosto da una fitta rete di rughe, come il volto di un vecchio capo indiano, gli occhi sono stanchi, sono occhi che hanno visto troppo orrore. Ho un attimo di smarrimento, mi sforzo per non piangere. Anche perché Chet non è un vecchio capo indiano. È un giovane uomo di quarantaquattro anni.»