top of page

Chaise de paroisse. La tradizione della funzionalità nello spazio sacro francese

Le grandi chiese di Parigi rivelano un modo unico di vivere lo spazio sacro: leggero, mobile, capace di adattarsi ai riti e al tempo. Dalle sedute ottocentesche alle nuove sedie di Notre-Dame, la funzionalità francese diventa un racconto di design e rinascita.


L'interno di Saint Sulpice a Parigi con le tipiche chaise de paroisse
L'interno della chiesa di Saint Sulpice a Parigi con le caratteristiche chaise de paroisse. Foto di David Iliff

Entrando nelle grandi chiese di Parigi, prima ancora di alzare gli occhi verso le volte o inseguire la luce sulle pietre, si nota qualcosa che altrove non c’è: le panche, semplicemente, non esistono. Al loro posto, una distesa di sedie leggere, tutte simili, disposte con ordine rigoroso ma pronte a essere spostate, riallineate, rimosse. È una scelta che appartiene profondamente alla tradizione francese, nata non per caso ma da un’idea precisa di spazio sacro: uno spazio vivo, polivalente, capace di accogliere il rito ma anche l’assemblea, la musica, le processioni, il turismo, la città.


La storia comincia nell’Ottocento, quando Parigi cresce, cambia pelle e le sue chiese devono adattarsi a una popolazione nuova, mobile, numerosa. La vecchia panca di legno, solida e pesante, non risponde più alle esigenze di edifici immensi che devono trasformarsi di continuo. Così nasce la “chaise de paroisse”, una seduta essenziale e robusta, spesso con seduta in paglia, che permette ai fedeli di occupare lo spazio in modo più libero. È un oggetto umile ma intelligente, costruito per costare poco, durare molto e soprattutto scomparire visivamente dentro l’architettura. Le grandi navate di Saint-Sulpice, la Madeleine o Saint-Eustache devono poter respirare: le sedie lo permettono.


C’è anche un aspetto estetico, seppur mai dichiarato apertamente. In un universo architettonico dominato dalla verticalità gotica o dall’ordine neoclassico, la leggerezza della sedia lascia intatto l’effetto scenografico dello spazio. Nulla interrompe lo slancio delle colonne, nulla trattiene il movimento della luce. In fondo, le sedie fanno parte del linguaggio di queste chiese tanto quanto le volte e i capitelli: ne rispettano la monumentalità, lasciando che la massa sia affidata alle pietre e non all’arredo.


Render di Notre-Dame con le sedie di Ionne Vautrin
Render delle nuove sedie progettate per la navata di Notre-Dame dopo il restauro post-incendio. © Aucun(e) - Diocesi di Parigi

Poi arriva l’incendio del 2019 e Notre-Dame deve rinascere. La ricostruzione non riguarda solo la struttura, ma anche tutto ciò che definisce l’esperienza dei visitatori e dei fedeli. In questo percorso, sorprendentemente, la sedia torna protagonista. L’Arcidiocesi decide di rinnovare completamente le sedute e affida il progetto a Ionna Vautrin, designer dalla sensibilità contemporanea ma attenta al valore della discrezione, qualità fondamentale in un luogo dove tutto ciò che è nuovo deve mettersi al servizio dell’antico.


Il risultato sono 1.500 nuove sedie in rovere massello, costruite con legno certificato proveniente da foreste francesi. La loro presenza è calibrata con estrema cura: linee silenziose, una geometria che non pretende attenzione, una struttura che si inserisce nella navata senza gerarchie visive. È una sedia che nasce per “sparire”, per accogliere senza esibire, per essere leggera ma non effimera. La sua forma, studiata in dialogo con liturgisti, architetti e artigiani, risponde al bisogno di mantenere lo spazio flessibile, pronto a riconfigurarsi per le celebrazioni ma anche per i flussi turistici che, inevitabilmente, segneranno la quotidianità della cattedrale.


Ritratto di Ionne Vautrin e il dettaglio di una delle sue sedie per Notre-Dame
La designer Ioanna Vautrin e le sue sedie per la cattedrale di Notre-Dame de Paris. Foto © Groupe Ducerf

La scelta di Vautrin sembra raccogliere l’eredità della vecchia “chaise de paroisse” e proiettarla nel presente. Cambiano i materiali, cambiano le tecnologie, cambiano le sensibilità, ma la logica resta la stessa: una sedia che non occupa lo spazio, ma lo libera. Una sedia che non impone un fronte, ma costruisce un orizzonte basso da cui lo sguardo può sollevarsi verso la volta gotica. Una sedia che non rappresenta un oggetto di design da museo, ma una compagna silenziosa per migliaia di persone al giorno.

In questo senso, le nuove sedute di Notre-Dame sono un gesto architettonico più profondo di quanto possa sembrare. Parlano di funzionalità, certo, ma anche di gesto civile: la scelta di un legno sostenibile, la produzione locale, la modularità che consente alla cattedrale di diventare luogo di incontro e cultura oltre la liturgia. Raccontano, come spesso accade nell’architettura più consapevole, che sono gli oggetti più piccoli a determinare l’esperienza dei luoghi più grandi.


E così, in una Parigi che ha visto incendi, restauri e rinascite, la sedia continua a essere un simbolo peculiare e modernissimo di un’idea di chiesa come spazio aperto, che vive non nella staticità della forma, ma nella capacità di muoversi insieme ai corpi e alle storie che ospita. Notre-Dame lo conferma: anche nel sacro, a volte, il rinnovamento comincia proprio da dove ci si siede.

© Edizioni Archos

© Edizioni Archos. Tutti i diritti riservati.

bottom of page