• Giorgia Martino

MU.SA: Museum Sector Alliance

Il progetto nato per affrontare il divario tra la formazione classica e l’adozione delle nuove tecnologie nel settore museale

Photo © Miriam Melissa Alé

Globalizzazione e digitalizzazione valicano le categorie dello spazio e del tempo, trasformando equilibri e ruoli, appartenenze sociali, culturali, professionali, si fondono, acquisendo nuove forme sempre più liquide. L’arte non si sottrae al diktat della digital transformation, e nemmeno i luoghi legati al suo culto: i musei. Secondo i dati Axiell, l’uso integrato di applicazioni informatiche ha aumentato in modo esponenziale le presenze fisiche nei musei, nonché le visite su siti web e profili social dedicati, aumentando così efficienza ed efficacia gestionale da un lato, e soddisfazione delle varie categorie di pubblico dall’altra (Axiell, 2016). Non una perdita di identità dunque, ma un’identità rinnovata. E non solo dell’istituzione museale, ma anche di chi vi lavora come parte integrante. Un museo che voglia partecipare alla rivoluzione digitale, infatti, ha bisogno di operatori museali con sempre più precise skill tecnologiche, che mutano a seconda delle necessità del museo stesso e delle specifiche figure professionali di riferimento (Giannini e Bowen, 2019), che necessitano a loro volta di uno specifico percorso formativo (Catellani, 2005).


Tuttavia attualmente i musei, soprattutto in Italia, hanno difficoltà nell’adeguarsi ai media digitali, avvertendoli come elementi tecnologici, e quindi estranei all’essenza stessa dell’arte e i fondi stanziati per una modernizzazione in questo senso risultano essere scarsi (Castelnuovo, 2019). Il progetto Mu.SA è nato proprio per cogliere le lacune della digital transformation nel mondo museale, andandole a colmare con un’offerta formativa adeguata. Il Museum Sector Alliance è stato finanziato nell’ambito del programma Erasmus+/Settore Skills Alliances, e gestito da un consorzio di enti universitari e organizzazioni socio-culturali di Grecia, Italia e Portogallo che, da novembre 2016 ad aprile 2020, hanno condotto una fase di ricerca ed una prettamente formativa. La fase di ricerca è durata tre mesi, ed è stata propedeutica al training formativo: era necessario infatti comprendere di cosa realmente i musei avessero bisogno, per formare figure professionali che adempissero a questi compiti. La metodologia utilizzata è stata di tipo sia qualitativo che quantitativo, con interviste, questionari e focus group che hanno coinvolto 81 esperti museali dei tre paesi: tutto questo ai fini di trovare la chiave per comprendere e risolvere il digital divide museale.


© Veronica Vitale, Graphic Designer


I partner Mu.SA hanno indagato quali skill siano necessarie ai musei per svilupparsi in un nuovo ambiente digitale, andando a rilevare i bisogni emersi e nuove figure professionali che li soddisfino. Nei tre i Paesi si avverte la necessità di acquisire una mentalità digitale prima ancora che degli strumenti tecnologici. Questo risulta fondamentale, perché ‘pensare digitale’ permette di inglobare una nuova consapevolezza che non fa più avvertire i new media come un’appendice esterna. Non a caso gli esperti museali interrogati si sono trovati abbastanza d’accordo sul sostenere che, più che assumere figure ICT specializzate esterne, sarebbe invece meglio formare nuovi operatori museali con abilità digitali, in modo da non creare sterili compartimenti stagni all’interno delle organizzazioni culturali. Si parla, dunque, di nuovi profili professionali emergenti che non vengano dal settore informatico, ma direttamente da quello museale, con tutta la piena conoscenza artistica e culturale che hanno abbracciato nel loro percorso precedente di studi.


Il risultato sono quattro nuove identità professionali che Mu.SA ha voluto formare per favorire l’addentrarsi dei musei nel poliedrico mondo digitale: il Digital Strategy Manager, cioè colui che possa gestire l’intera coreografia digitale dell’organizzazione; il Digital Collection Curator al quale è affidato il compito di decidere il contenuto da comunicare; il Digital Interaction Experience Developer: chi elabora l’esperienza fruita dal pubblico e l'Online Community Manager, la persona che attira e fidelizza nuove audience. Una volta comprese le lacune digitali nei musei e individuate le figure professionali necessarie, i partner Mu.SA hanno potuto progettare un percorso ad hoc per formare i nuovi professionisti. Da gennaio a marzo 2019, si è tenuto un MOOC (Massive Open Online Course), ossia un corso totalmente online, chiamato “Essential Skills for Museum Professionals” che ha potuto accogliere più di 3800 studenti. Solo gli studenti più abili e motivati (113 in tutto) sono stati quindi ammessi al training del Corso di Specializzazione, tenutosi da settembre 2019 ad aprile 2020, che prevedeva quattro offerte didattiche diversificate in base al ruolo professionale scelto.


© Veronica Vitale, Graphic Designer


Il Corso di Specializzazione è stato tenuto sotto forma di blended MOOC, alternando lezioni online e incontri dal vivo, e ha previsto anche 200 ore di formazione pratica sotto forma di Work Based Learning (WBL), ossia dei veri e propri project work svolti dagli studenti all’interno degli enti museali che li hanno ospitati. È stato durante la fase del WBL che tanti concetti (evinti empiricamente nella fase di analisi) si sono palesati in modo reale: infatti, molti specializzandi hanno sottolineato che le difficoltà incontrate nei musei ospiti riguardavano il background prettamente umanistico dello staff, le risorse economiche limitate e, in più, anche una scarsa autonomia decisionale (trattandosi prevalentemente di enti statali). Di contro, però, gli studenti confermano che nei musei c’è una grande propensione alla digital transformation, in molti casi già in atto con una buona presenza sui social, con la possibilità di e-ticketing e prenotazioni online, con collezioni digitali e con dispositivi touch per disabili. In molti casi, inoltre, il project work svolto dagli studenti è continuato anche dopo la fine del corso Mu.SA.


È un segno di speranza e di ottimismo quello di una trasformazione dei musei in chiave digitale, soprattutto in un momento come quello che, nelle ultime settimane, ha colpito l’intero pianeta: l’attuale pandemia del Covid 19 ha fatto comprendere l’importanza della fruizione artistica per accompagnare giornate cariche di angoscia e apprensione, per riscoprire ideali più profondi, per rivedere la nostra umanità. In questo frangente, la digitalizzazione diventa la chiave per godere dell’arte anche senza un contatto fisico: la fruizione dei musei online ha subito un’impennata, e tra essi si registrano nomi come quelli dei Musei Vaticani di Roma, di Louvre a Parigi, del Van Gogh Museum di Amsterdam e del Tate di Londra. Per farsi un’idea, basta andare su Google Arts & Culture e godersi la bellezza dell’arte direttamente dal divano di casa (Lauricella, 2020). Questi tour virtuali, rivalutati in un momento di necessità, sono destinati a diventare un fenomeno di massa che renderà la cultura molto più accessibile. Una cultura, dunque, pronta a creare nuove identità non solo fra gli operatori, ma anche fra gli stessi utenti che, facilitati nella fruizione, si possono piacevolmente riscoprire assetati di bellezza.


Chi è | Giorgia Martino

Giornalista, laureata in Scienze della Comunicazione, collabora con varie riviste online e cartacee di salute, benessere e ambiente, oltre che con uffici stampa di ONG e agenzie di comunicazione sanitaria. Attualmente è assegnista di ricerca presso la Link Campus University con il progetto “SDG (Sustainable Development Goals) come elemento di aggregazione e sviluppo. In ambito istituzionale, aziendale e sociale in Italia”


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