• Nicoletta Prandi

Qui non si vendono valigie


L'arte pubblica descritta dalle opere di un artista che indaga le differenze tra luogo e non luogo, utopia e rinnovamento urbano

Photo © Nicoletta Prandi

Ho rotto la mia valigia: così ho cercato una bottega o un supermercato per acquistarne una nuova. Niente, a Belene nessuno vende valigie. Tanto dove si va? Chi è riuscito è già emigrato all’estero. Restano solo i vecchi, dietro le porte, a crescere i figli di chi forse mai tornerà. Belene non è Svištov, a un soffio di chilometri, o Sofia che si raggiunge in tre ore.

Qui niente università e neppure centri commerciali, in questa strana città della Bulgaria settentrionale, a due passi dalla Romania, sulla riva destra del Danubio. L’antica Dimum, roccaforte dell’Impero Romano, è, come dice padre Paolo Cortesi, un prete italiano che ci vive da anni: “…una città violentata dalla centrale nucleare e dall’ex campo di concentramento”.

Girando per le strade mi accorgo che le architetture mi pesano addosso con i loro volumi angoscianti, modificano la percezione del tempo, logorano gli abitanti giorno dopo giorno.

Sette-ottomila appartamenti vuoti, occhi ciechi su un progetto fallito (quello di una centrale nucleare sempre in fase di progettazione), banche chiuse, strade infestate da buche, circonvallazioni inutili, attività chiuse. C’è una pizzeria che dà lavoro ad alcuni giovani e d’estate funziona bene, ma è il solo posto vivo, assieme a qualche bar e tabaccheria. Intorno, villaggi in disfacimento, natalità in decrescita.

Duemila pensionati, mille minorenni, un altro migliaio di persone tra i 18 e i 60 anni. Nel 2014 quindici nati e 160 morti. Belene muore, mentre la sua morfologia urbana fa i conti con gli errori del passato e l’ignavia nel presente. L’antica terra grassa, nera e limacciosa pronta da coltivare è arata da cooperative in trasferta dalla capitale. I vecchi kolchoz son lì ad aspettare di diventar musei e fino a poco tempo fa non c’era neppure un forno.

ui pergolati delle case di paglia e terra, grappoli di uva secca parlano di mani che non li accarezzano da tempo; dai tetti dei casermoni del centro svettano parabole sibilanti parole ingannatrici come quelle del gatto e della volpe nella favola di Pinocchio. Di gatti ce ne son tanti per le strade, così come cani smilzi e affamati che pasteggiano gli avanzi di cibo rimasti sulle tombe del cimitero aperto giorno e notte. Gli annunci funebri in ciclostile attaccati agli alberi con nastri neri. Cavalli e asini brucano l’erba dei condomini vuoti, topi e serpentelli si nascondono tra l’erba infestante che cresce dappertutto.

I guardiani delle case “fantasma” ricevono uno stipendio, che, seppur misero, rappresenta una certezza. Gli spazi percepibili appaiono disorientanti e l’angoscia che si sente è quella della mancanza di punti forti su cui orientarsi. Forse potrebbero rappresentarlo le chiese, ortodosse e cristiane, ma non bastano. “Viviamo in un’epoca di perdita di senso e di un’incerta paura.

Una paura lenta…” scrive Georgi Gospodinov, scrittore e poeta bulgaro di grande talento. Una prigione morale e materiale, quindi, con sbarre fatte d’inquietudine. Giovani se ne vedono pochi a Belene (a parte i militari in servizio e il personale del carcere), parecchi girano i pollici in attesa di un lavoro, bloccati dai disagi economici, fantasmi che si muovono tra case avvilite dall’incuria, cresciute in fretta con il miraggio di uno sviluppo economico mai decollato.

Prima dell’89, più di due terzi dei Bulgari non erano mai usciti dal Paese, poi, per necessità, hanno cominciato a emigrare. Oggi tanti non hanno neppure la forza di farlo. La parola “rassegnazione” ha preso il posto di prigione.

LA CENTRALE NUCLEARE

Il progetto di costruire una centrale nucleare a circa sette chilometri da Belene è un’eredità del periodo comunista. Alla fine degli anni ’80 ne era stata avviata la costruzione poi bloccata nel 1990, a causa della grave crisi economica seguita alla caduta del regime.

Due anni dopo il progetto veniva accantonato, successivamente ripreso e interrotto di nuovo per mancanza di investitori. Un balletto assurdo fino alla chiusura definitiva del cantiere della Centrale Atomica decisa dal Parlamento bulgaro nel 2012.

Il programma faraonico che ha illuso la popolazione per una trentina di anni, promettendo 10 mila posti di lavoro e prosperità per tutti - si è riaffacciato però l’anno successivo in primavera, quando il Governo cercava di riavviare i lavori con il miraggio di un impianto capace di rispettare le più rigide norme di sicurezza dopo l’incidente di Černobyl’.

“Garantirà energia stabile per i cittadini per i prossimi 50 anni e, grazie alla centrale, la Bulgaria manterrà il ruolo predominante nel mercato energetico dell’intera area” assicurava il Primo ministro.

Decisione contestata a gran voce dagli ecologisti per il grave impatto ambientale e persino dagli economisti vista la difficoltà oggettiva di recuperare 2,5 miliardi di euro da investire.

Protetta da reti e con risibili divieti di fotografare perché ritenuto obiettivo sensibile, la centrale mostra oggi il rugginoso decomporsi di strutture pericolosamente insicure.

Solo un ricordo oramai il solco dei binari del treno e l’ombra di ciò che doveva essere un porto lungo il fiume, mentre si continuano a spendere milioni di euro all’anno per pagare guardiani e fantomatici impiegati degli uffici semivuoti di un “mostro”, compreso, oltretutto, nel Parco Naturale Persina.

IL GULAG

Photo © Nicoletta Pardi

Sull’isolotto collegato alla terra ferma da un breve ponte galleggiante, funziona un carcere di massima sicurezza. In mezzo ad una natura d’imperiosa bellezza si possono vedere i resti degli edifici del campo di concentramento per i prigionieri politici del regime comunista che funzionò dal 1949 al 1989. Commovente il Secondo Blocco (ne esistevano cinque) da cui passarono 30 mila “nemici del popolo”, non solo religiosi (pastori protestanti, sacerdoti cattolici, monache e suore), ma intellettuali, giornalisti, politici, dissidenti di ogni ceto sociale.

Prima di loro sull’isola transitarono gruppi di deportati ebrei, che, spostandosi con tende mobili, costruirono argini e furono impiegati nei lavori di manovalanza. Una sorta di via crucis popolare, ultimo passo per circa 3 mila persone.

Molti morirono di stenti e probabilmente furono gettati nel fiume, ma anche per altri non ci sono tombe su cui piangere. Neppure il monumento con i nomi delle vittime (tra cui omosessuali, zingari e prigionieri comuni) è finito.

La lista non completa rappresenta forse motivo di dissidio e intanto quel dito di cemento rimane lì, con la sua inutile tensione verso il cielo, come a testimoniare il grumo di dolore che non accenna a sciogliersi. “Non esiste spazio vuoto tra cielo e terra - recita un antico testo ebraico - bensì tutto è pieno di schiere e moltitudini”. Qui, hanno voci di sirena.

Articolo pubblicato su ArtApp 16 | LA PRIGIONE

Chi è | Nicoletta Prandi

Giornalista, appassionata delle altre culture, ha realizzato pubblicazioni dedicate ai Berberi, all'India, Yemen ed Etiopia. Fotografa per passione, negli ultimi anni ha esposto i suoi lavori in sedi diverse. Oggetto della sua indagine sono spesso temi particolari , tra cui un’ ampia ed approfondita indagine fotografica sui cimiteri ebraici in Marocco. È autrice del libro su Bergamo “Certi silenzi” edito nel 2015.​

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