• Carlotta Monteverde

Fata Morgana | Dentro l’Antropocene


Alberto Timossi è l'autore dell'installazione ambientale "Fata Morgana | Dentro l’Antropocene" presso il lago del Col d’Olen in Valle d’Aosta

Photo © Stefano Esposito, Courtesy Takeawaygallery

«Beard non avrebbe mai ritenuto pensabile di potersi ritrovare in una stanza a bere con tante persone conquistate dalla stessa stravagante ipotesi, e cioè che sarebbe stata l’arte nelle sue forme più nobili, dalla poesia alla scultura alla danza, dalla musica assoluta all’arte concettuale, a sollevare la questione del cambiamento climatico, a esaltarla, analizzarla, e rivelarne tutto l’orrore e la bellezza perduta e la spaventosa minaccia, e a indurre il pubblico a riflettere e reagire in prima persona o a esigere altrettanto dagli altri […] tutte quelle manifestazioni, come preghiere, come danze totemiche, erano ideate allo scopo di deviare il corso di una catastrofe».

Nell’Artico, su una nave attraccata in un fiordo per constatare lo stato di salute dei ghiacci, Ian McEwan, che nel resto di Solar affronta presente e futuro del pianeta dentro enormi sale conferenze, in centri di ricerca per le energie rinnovabili, e su riviste specializzate, qui accosta l’ironico cinismo del protagonista – impunito scienziato di mezza età, un Premio Nobel per la Fisica assegnatogli da giovanissimo per la Conflazione Beard-Einstein e il resto della carriera sostenuta a spese di questa brillante intuizione – al fervente idealismo della «cordiale tribù di gente strana», compositori, coreografi, scrittori, artisti visivi. Il riscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacciai, le immissioni nell’atmosfera di anidride carbonica e metano, la desertificazione e l’erosione dei terreni, l’inquinamento, le alluvioni improvvise, l’innalzamento del livello del mare e il venturo inabissarsi di intere città costiere, come le migrazioni di massa di profughi ambientali e la mancanza di risorse a scatenare ancora maggiore instabilità in territori già poveri, hanno travalicato da tempo – e Solar stesso lo dimostra – il «mondo chiuso e specialistico»¹ della scienza per interessare un numero crescente di autori.

Dal proto attivismo verde di Joseph Beuys, decine di azioni sono nate allo scopo di sollecitare opinione pubblica e governi. Tra le più recenti e mediatiche: la performance di Ludovico Einaudi sulle Isole Svalbard per la salvaguardia dell’Artico nel 2016 e l’operazione Ice Watch di Olafur Eliasson, dodici blocchi di ghiaccio provenienti da un iceberg alla deriva in Groenlandia, e disposti a mo’ di orologio in Place du Panthéon a Parigi durante la COP21 (precedentemente, a Copenhagen nel 2014), che si sono sciolti al sole nel dicembre 2015, mettendo in guardia sugli effetti del surriscaldamento. Il cinema ha contribuito soprattutto alla visualizzazione di scenari post apocalittici, ma anche la letteratura non è stata da meno.

Per rimanere in ambito italiano "Qualcosa là fuori" di Bruno Arpaia (Guanda, 2016) è una inquietante preconizzazione di quanto potrebbe accadere se non ci fermassimo in tempo nell’introdurre gas serra nell’atmosfera. In una terra sterile e riarsa, dove solo la parte a nord del pianeta è ancora civile, costringendo gli abitanti a estenuanti migrazioni lungo l’Europa, Livio, il protagonista, racconta la «lenta e implacabile alleanza di eventi impercettibili»² che li ha condotti al disastro e i costanti dissesti prodottisi… fino allo stato attuale. Soggetto, quest’ultimo, di Fata Morgana.

Alberto Timossi con l’installazione presso il lago del Col d’Olen – alta Valle del Lys, Gressoney-La-Trinité, Valle d’Aosta – crea un limbo, l’istante sospeso di una transizione. L’incantevole contesto d’alta quota (l’opera è a 2722 metri di altezza); i giochi di riflessi sullo specchio d’acqua, con le nuvole in movimento, il cielo cangiante e le cime dei monti; il vivace contrasto tra i rossi delle sculture e i verdi e i bruni del territorio; le forme sinuose dei giunchi stessi, generano una sorta di malia, un incantesimo che rimanda ogni logica dando «l’impressione di avere un certo controllo sul proprio destino»³. Morgana, d’altronde, è una maga, o un effetto ottico; e il miraggio dell’apparizione di un intrico di piante o fiori o arbusti è l’ipotetica risposta della vita alle modifiche dell’ecosistema apportate da decenni di cambiamenti naturali e indotti dall’attività umana. Quindi, da un lato la sorpresa, la meraviglia di un ambiente che comunque reagisce dando risposte straordinarie; dall’altra l’incapacità di leggere, o gestire queste modifiche.

In Anthropocene, Capitalocene, Plantationocene, Chthulucene: Making Kin (2015) Donna Haraway congettura che l’attuale «sia un momento di passaggio più che un’epoca, simile all’estinzione di massa tra il Cretaceo e il Paleocene» che «segna delle gravi discontinuità», dove «il nostro compito» sia quello di «unire le forze per ricostruire i rifugi, per rendere possibile il recupero e la ricomposizione (parziale e robusta) biologica, culturale, politica e tecnologica». Lo slogan è: «Create kin, non bambini!»⁴ cioè legami, svincolati da logiche genealogiche.

In un’accezione che vede la terra come Gaia, sistema in grado di autoregolarsi, Timossi con Fata Morgana | Dentro l’Antropocene cerca di ristabilire visivamente il legame appunto – nel senso di cura, interdipendenza – che corre tra regno organico e inorganico, tra «componenti fisiche, chimiche, biologiche, umane»⁵. In cui tutto è connesso. Le decine di elementi verticali, di un rosso sanguigno, si elevano a altezze differenti; la germinazione artificiale ricava la propria conformazione dalla profondità dell’alveo, uno sviluppo in rapporto armonico, come si producono le forme spontaneamente. Opera, liquido, aria, sassi, esseri unicellulari e spettatori… compongono una totalità inscindibile.

L’installazione trae linfa dal lago, che ne modella le pareti e permette a ogni fusto di oscillare liberamente: la nascita di una nuova specie avviene in un ambiente caratterizzato dalla fusione del ghiaccio presente all’interno di una particolare forma del paesaggio geomorfologico d’alta quota, detta rock glacier, che, protetto da un accumulo detritico, rilascia nel piccolo bacino acqua con caratteristiche fisiche e chimiche differenti rispetto alle normali sorgenti. Dopo l’operazione nelle Cave Michelangelo di Carrara (luglio 2015) e l’attenzione posta sul rapporto arte/natura/ambiente antropizzato, Fata Morgana si propone di estendere le riflessioni sugli spazi apparentemente incontaminati: la colorata reazione ai cambiamenti climatici è un invito alla presa di coscienza delle conseguenze dell’Antropocene.

La mostra si è tenuta dal 23 luglio al 27 agosto 2017, a cura della Takeawaygallery con il patrocinio della Regione Autonoma Valle d’Aosta e del Comune di Gressoney-La-Trinité.

1- Tutte le frasi fin qui virgolettate sono tratte da Ian McEwan, Solar, Einaudi, 2010

2- Bruno Arpaia, Qualcosa là fuori, Guanda, 2016

3- Bruno Arpaia, Qualcosa là fuori, Guanda, 2016

4- Traduzione italiano KABUL magazine

5- James Lovelock, La rivolta di Gaia, Rizzoli, 2006

Chi è | Carlotta Monteverde

Ha studiato Storia dell’Arte all’Università di Roma Tre. Cofondatrice nel 2010 della Takeawaygallery di Roma - per la quale cura la comunicazione e la pianificazione di mostre, prediligendo e promuovendo principalmente giovani artisti che lavorano relazionandosi con lo spazio - si occupa di divulgazione di arte contemporanea scrivendo su blog, riviste specializzate e cataloghi.

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