• Saverio Luzzi

Alessandro Vignali: un artista che non scende a patti


La storia del pittore romano che vive l'arte come un bisogno esistenziale

È difficile dire con sicurezza quando sia nata la prigione. Certo è che, pur se in forme diverse, gli assiri, i babilonesi, i persiani, e dopo di essi i greci e i romani, crearono dei luoghi di detenzione per rinchiudere i colpevoli di comportamenti contrari alle norme vigenti. Le prigioni istituzionalizzarono la vendetta, intesa come modalità di risposta a un reato più civile e avanzata rispetto alla difesa individuale.

Mutato solo in parte per forma e sostanza, il carcere è ancora oggi la modalità più diffusa di divisione tra la società sedicente sana e quella dei deviati, i quali attraverso il soggiorno forzato in questi luoghi chiusi dovrebbero essere rieducati per poter essere legittimati a tornare a vivere nel mondo dei probi. Detta visione recuperatrice è accettata solo in parte del mondo.

Secondo Amnesty International, a livello planetario nel 2014 sono state eseguite almeno 607 condanne a morte e ne sono state comminate 2.466 (tali dati non comprendono la Cina, la quale mantiene il segreto di Stato sull’argomento). Dall’opulentissimo carcere delle merci non usciremo (non a breve, almeno) in quanto la materialità ci gratifica alienandoci.

Non è più necessaria la lobotomia chirurgica cui si tentò di sottoporre Ulrike Meinhof: il canto delle sirene del possesso, infatti, inibisce la nostra coscienza critica. La prigione ha inevitabilmente a che fare con il corpo, come ci insegnano l’evidenza e Foucault, ma essa è tanto più efficace quanto più ha a che fare con la mente, quanto più dà una parvenza di libertà. Le dinamiche economiche odierne lasciano sempre meno spazio al Welfare state.

Coloro i quali fino al trionfo del liberismo friedmaniano erano, bene o male, assistiti dallo Stato non vedono più indirizzate risorse a loro favore. Le carceri del mondo occidentale sono piene di marginali, indifesi, poveri, male assistiti, indesiderabili e improduttivi, ma non di delinquenti. Tutta gente che potrebbe essere tutelata se ai servizi assistenziali venissero destinati uomini e mezzi finanziari in misura consona alle necessità. Non a caso negli Usa il business delle carceri private è fiorentissimo. Per lo Stato prendersi cura di un alcolista è un costo che l’egemonia privatista non consente poiché tutta la ricchezza deve essere lasciata al mercato, mentre per l’imprenditore della sicurezza quello stesso alcolista è una fonte di lucro.

Queste riflessioni hanno trovato conferma dalla conoscenza di Alessandro Vignali, pittore nato nel 1965 a Roma, un artista che non concede alcuno spazio al compromesso. “Mi sono scoperto pittore a 18 anni, accorgendomi che il liceo scientifico, la mia scuola, non faceva per me. In quel periodo ho iniziato a incontrare pittori e scultori e ho sentito nascere in me la necessità di esprimermi attraverso i quadri. A Roma, in Piazza San Giovanni, avevo una bellissima casa dove ho realizzato le prime opere.

Avevo una febbre creativa che mi imponeva di dipingere in continuazione”. Vignali non conclude il liceo. Lo abbandona per assecondare la sua febbre espressiva. Dipinge e viaggia per l’Europa settentrionale, apportando al suo bagaglio culturale e immaginario nuove suggestioni. “Il mio stile è molto personale e segue il mio percorso di vita. Non è riconducibile ad altri artisti. Io ho sempre rifiutato gli accademismi. Li odio. Forse, se io avessi frequentato l’Accademia non avrei poi fatto il pittore. Credo che la frequentazione di una scuola vera e propria, invece di aiutarmi, mi avrebbe inibito. Avrei potuto acquisire nozioni ed elementi che non possiedo, lo so, però la carica che avevo negli anni della mia gioventù doveva esprimersi subito”. Era una vena istintiva, un bisogno inarrestabile.

La sfera della purezza è essenziale per Vignali. Tutta la sua vita appare un tentativo di preservare se stesso e la sua arte dalle contaminazioni esterne. Non è casuale dunque la sua risposta alla domanda su chi sia la sua vera fonte di ispirazione. La pittura di Vignali assume una dimensione ambivalente. Da un lato è fisica: egli lavora sdraiato a terra a cercare un contatto ancestrale con l’ambiente. Le grandi tele dell’artista (a volte di 200 per 200 cm) si riempiono di scene di guerra e di paesaggi lunari. I colori sono forti, intensi, sapientemente contrastanti: il blu, il rosso, il verde, il giallo e l’arancione (che per Vignali è “il” colore) si affiancano; la contrapposizione tra i soggetti raffigurati è netta. La guerra raffigurata in questi quadri non è tuttavia cruenta: in essa, infatti, non ci sono né sangue né distruzioni.

Tuttavia sbaglierebbe chi la ritenesse una rappresentazione meramente estetica. La guerra di Vignali è essenzialmente interiore, è l’insopprimibile conflitto caratteriale che anima la sua come le nostre vite. La sua traduzione su tela è un modo per convivere con se stessi ed esorcizzare i propri limiti. Proprio per questo la pittura di Vignali ha pochi temi forti, reiterati eppure mai uguali a se stessi. L’arte in questo caso è un bisogno vitale, la necessità di riarmonizzare un’esistenza sopravvivendo alle paure e incanalandola in una prospettiva costruttiva.

A causa di ciò i dubbi esistenziali di Vignali non possono che essere risolti attraverso la pittura. Essa, infatti, sa essere rimedio anche quando è fonte di perplessità. L’arte è tutta l’esistenza di Vignali. “Questo però non fa sì che io mi senta prigioniero di me stesso.

Senza lo studio dove dipingo sarei morto. Qui ritrovo lo spirito della mia infanzia, l’euforia che avvertivo quando all’asilo il maestro lodava i miei disegni. Il mio studio è anche il luogo che mi riporta al ricordo di mio padre, ai sacrifici che ha fatto per me. Proprio per questo ne ho un rispetto profondo e solo qui posso creare. C’è anche un’altra ragione che mi porta ad affermare che non sono prigioniero di me stesso. Per me l’artista non deve scendere a patti con l’esterno, ma deve elaborare l’arte in sé, senza contaminazioni, e deve sempre partire da se medesimo, dalla propria psiche, dal bisogno interiore”.

L'atelier del pittore è un nido in cui trascorre tutta la sua esistenza. “Io sono imprigionato da me, ma nel contempo mi libero. Sono diventato come un ergastolano il quale, una volta scarcerato, non sa riadattarsi alla società e non sa cosa fare se non ricorrere al suicidio. Tutta la mia vita è mia madre, la pittura e pochissimi amici. Però il mio isolamento, quest’oasi di egoismo che mi sono creato, mi salva in quanto mi tiene lontano da un mondo che non approvo.

Il riscaldamento globale, l’inquinamento, il profitto sregolato, l’irresponsabilità di chi comanda mi incutono paura, mi portano a temere la fine. Le prospettive che ci attendono sono terrificanti. Solo qui riesco a superarle”.

Articolo pubblicato su ArtApp 16 | LA PRIGIONE

Chi è | Saverio Luzzi

Dottore di ricerca in Società, politica e culture dal Tardo medioevo all’Età contemporanea (Università di Roma “La Sapienza).

È autore di Salute e sanità nell’Italia repubblicana (Donzelli 2004) e de Il virus del benessere (Laterza 2009). Attualmente sta lavorando a una ricerca sulla storia del nucleare e insegna italiano, storia e geografia all’interno della Casa circondariale di Terni. Uno dei fondatori della Scuola permanente dell’abitare, del cui comitato scientifico fa parte.

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