• Marco Baliani

Educazione alla percezione

L’oralità per esistere ha bisogno di un corpo, necessita di mani, volto, mimesi, movimento. La parola si fa visibile attraverso un corpo che la agita nello spazio e nel tempo


Dal progetto "E Johnny prese il fucile"


Stanotte ho fatto un sogno rivelatore. Mi toglievano la mascherina in una stanza asettica, ospedaliera, e mi davano una stecca rettangolare, di colore blu pallido, lunga una ventina di centimetri, della grandezza di un pastello di cera, ma era di una sostanza più dura. Io la dovevo masticare. Non ero da solo a compiere questa operazione. Nella stecca erano state congelate parole e frasi. Masticandole e rimuovendo la mascella atrofizzata, la bocca impastava di nuovo le parole che però uscivano ancora distorte, non del tutto scongelate, ci voleva del tempo per ritrovarle intere. Nel sogno sentivo la bocca che riacquistava una mobilità interrotta, le parole che uscivano dovevo dirle a un'altra persona che davanti a me si sottoponeva allo stesso sforzo.


Ho pensato che il sogno mi stava raccontando di questo nostro blocco delle emozioni, poiché la parola, la parola parlata è un veicolo primario di emozioni. Come se, a contagio finalmente dissolto, dovessimo riacquistare la capacità di trovarci di fronte a un altro corpo, non separato da noi, a scambiarci discorsi, a dialogare, come ci fosse dato un premio troppo a lungo differito. Su Repubblica, Stefania Parmeggiani scrive un lungo articolo sul boom recente dell’ascolto di storie tra podcast, audiolibri etc… una novella età di ritorno della parola ascoltata. Sono contento che l’orecchio torni ad essere protagonista, un senso che la vista onnivora aveva relegato in secondo piano, in fondo tutta la lotta politica del mio teatro è sempre stata quella di spostare gli occhi verso le orecchie, ma senza chiuderli però, e qui sta una non piccola differenza.

La giornalista fa un po’ di confusione, dice che questo ritorno dell’ascolto di parole è una riscoperta dell’oralità narrante. No, mi dispiace, non è così, l’oralità ha una forma di comunicazione e di ascolto percettivo del tutto diverso da un audiolibro. L’oralità per esistere ha bisogno di un corpo, necessita di mani, volto, mimesi, movimento. La parola si fa visibile attraverso un corpo che la agita nello spazio e nel tempo. Quando viene a mancare il corpo, vengono dette lo stesso parole ma come senza supporto, resta la voce con tutte le sue sfumature e bellezze, ne so qualcosa avendo dato voce a molti autori in diversi audiolibri, una materia affascinante che però non è oralità, è lettura. Anche quelli che si definiscono narratori di storie, la maggior parte non racconta oralmente, ma interpreta un testo precedentemente scritto, si sente lontano un miglio che dietro quella narrazione c’è ancora la sempiterna scrittura. L’attore cerca di rendere orale il racconto scritto, ma non lo ha creato attraverso un processo di avvicinamento alla fusione tra corpo e voce, siamo ancora dentro la tradizione del testo teatrale che viene interpretato anche se il testo scritto è un racconto. “... Ripetere per l’individuo orale non significa dire le medesime parole né conservare il medesimo ordine degli eventi e quindi nulla distingue il ripetere dal comporre e dal creare...” da “L’invenzione del romanzo” di Rosamaria Locatelli. La compressione della parola dentro un supporto rigido elimina la variabilità e l’imprendibilità del corpo vivente, lo stesso meccanismo accade con le riprese video dove il corpo c’è ma è fissato una volta per sempre, è stato già selezionato dal montaggio, vagliato, tagliato e deciso come deve apparire in quell’inscatolamento della vita che è lo schermo, dove la riduzione del mondo è a scala sempre più ridotta.

Come nel mio sogno dovevo imparare di nuovo a parlare dal vivo a persone viventi, forse bisognerebbe creare dei corsi di educazione alla percezione allargata e multiforme del mondo, a uno sguardo ancora capace di accogliere orizzonti complessi e non solo piccole porzioni selezionate, capace di stupirsi della varietà, del piccolo, del dettaglio, e allo stesso tempo del grande, del maestoso. Lo sguardo umano è capace di passare per molte fasi di “montaggio” automaticamente, può zoomare o dettagliare, fare panoramiche, percepire il passaggio di uno stormo di tordi ma non è mai solo sguardo, mentre i tordi passano, al contempo sta cogliendo un frutto, ha male a un ginocchio, sente già in bocca il sapore del morso ancora non dato e magari in tutta questa multiformità di esperienze sta dialogando con un’altra persona, parlando dell’ultimo romanzo letto.


Questa complessità è stata via via negata, ridotta, controllata, una parvenza di vita trasferita su supporti sempre più piccoli. La riduzione è sempre più marcata, il restringimento dell’agire può divenire una facile abitudine, una costante pericolosa, a tutto vantaggio di regimi, non necessariamente dittatoriali, che così possono avere un controllo progressivo delle emozioni, guidarle, dirigerle, soddisfarle.

Sembra fantascienza? No, sta già accadendo, solo che nessuno se ne accorge. E non ci sono ribelli sotterranei organizzati che tentano di risvegliare i corpi immersi nel sonno, alla Matrix. Bisognerebbe pensarci per tempo, formare dei guerriglieri della percezione: intanto magari autoeducandoci al risveglio stupefatto per il mondo che ci circonda.

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