• Stefano Semeria

Fino alla fine del mondo

Wim Wenders negli anni '70 si imbatte nel rosso deserto australiano e ne rimane affascinato ritenendolo una perfetta location per un film fantascientifico, nel 1999 esce Fino alla Fine del Mondo

Alcune scene del film "Fino alla fine del mondo"

Alcune opere d’arte sono vissute dai loro autori come figli, sognati per anni, dati alla luce, cresciuti con amore e poi dati in pasto al mondo che ne fa quello che ne vuole. Quello che sarà di loro resterà cosa nostra e non più nostra allo stesso tempo, ma in ogni caso, sarà per sempre parte di noi e della nostra famiglia. Nel 1977 Wim Wenders compie un viaggio in Australia e resta colpito dalla sua realtà, dai paesaggi, dalle persone, dalla commistione di moderno e tribale. Il suo sguardo da fotografo viene rapito da tutta quella bellezza e inizia a sognare un film di fantascienza ambientato in quei luoghi. Il sogno resta vivo, cresce, ma resta tale per molti anni, nel mentre Wenders guadagna la fama e conquista critica e pubblico con capolavori come “Paris, Texas”, “Alice nelle città” e “Il cielo sopra Berlino”.


Grazie a questa fama e credibilità riesce a raccogliere l’enorme budget neces-sario (circa 23 milioni di dollari) per realizzare il suo progetto e nel 1991 il suo film è pronto: 20 ore di durata, girato in 11 Paesi diversi (e recitato nelle lingue di ognuno di questi), chiama grandi musicisti (U2, Lou Reed, Elvis Costello, Depeche Mode e molti altri) e chiede loro di scrivere una canzone pensando di essere nel 1999; Fino alla Fine del Mondo è nato, un’opera immensa… e indistribuibile. Wenders crea nel 1991 quello che ora sarebbe un prodotto di punta per Netflix e concorrenti, ma in quegli anni i grandi registi giravano per il cinema, la TV era roba per famiglie e casalinghe, casa di show, telenovelas e sit-com, le produzioni cinematografiche ad alto budget dovevano uscire al cinema. La casa di produzione obbligò Wenders a rendere la sua immensa creatura vendibile e dalle 20 ore iniziali ne rimasero 2 ore 59 minuti per il mercato europeo e 2 ore e 38 minuti per quello americano.



Questa mutilazione cancellò gran parte del senso del film e soprattutto lo rese

pressoché incomprensibile. Critica e pubblico lo distrussero e gli incassi non arrivarono a coprire il 4% del budget investito. Un disastro sotto ogni aspetto, ma Wenders è un artista e ama le sue creature, con il suo montatore Peter Przygodda copiò a proprie spese tutti i negativi e realizzarono una versione del film di 287 minuti che venne distribuita negli anni successivi (e poi in dvd) così che il suo pubblico potesse realmente comprendere la grandezza del film.

Ma cosa racconta “Fino alla Fine del Mondo?” La storia è divisa in due grandi atti e narra di Claire Tourneur (l'attice Solveig Dommartin), che dall’Italia decide di tornare a Parigi. Claire è una donna curiosa, eccentrica, in fuga da se stessa e da un amore che non riesce a vivere pienamente, ama la vita, ma non riesce a comprenderla.



Siamo nel 1999 e un satellite indiano è andato in avaria e sta per cadere sulla Terra, il punto di impatto è incerto e la popolazione mondiale, nel panico, sta cercando di allontanarsi il più possibile dalle ipotetiche zone a rischio. Nel suo viaggio Claire si perde, il suo navigatore non ha le mappe delle strade che lei decide di percorrere per scappare agli incredibili ingorghi che trova sulle vie principali. Questo suo perdersi la porta ad imbattersi in alcuni rapinatori e conoscere Trevor (William Hurt), un misterioso autostoppista braccato da agenti internazionali. Claire, attratta da tutto quello che non comprende, si infatua immediatamente di Trevor che invece sparisce con parte dei suoi soldi. Alla donna non resta che ingaggiare un investigatore privato (Rüdiger Vogler) per rintracciarlo. Insieme lo inseguiranno e scopriranno che quello che gli agenti cercano è un misterioso macchinario che Trevor utilizza per intervistare alcune persone in giro per il mondo.



Questo viaggio la porterà in 17 città e quattro continenti per scoprire il segreto di Trevor. Intanto, Eugene (Sam Neil) il fidanzato di Claire si mette sulle tracce della donna per convincerla a tornare casa. Arrivati infine in Australia, tutto il film muta e inizia l’atto secondo, la fine del mondo. Quando il satellite viene abbattuto genera un impulso elettromagnetico nucleare nell’atmosfera che distrugge ogni circuito elettrico non schermato. Così, mentre il mondo precipita nel caos, il film rallenta, scopriamo la verità di Trevor (il cui vero nome è Sam) e i protagonisti entrano in un altro tipo di realtà, la storia diventa vera fantascienza, proprio in uno dei luoghi più selvaggi del pianeta: l’Outback

australiano.


“Fino alla Fine del Mondo” è un’opera immensa e avveniristica, nata prima del suo tempo, ma forse proprio per questo motivo è ancora più affascinante. Fosse stata realizzata nel 2020 non avrebbe potuto avere l’approccio di Wenders nella sceneggiatura, ma avrebbe potuto mantenere la sua reale lunghezza, viceversa, abbiamo conosciuto la sua storia, ma non vedremo mai l’opera completa. A distanza di 30 anni è tutt’ora emozionante, intenso, invecchiato molto meglio di molte opere coeve, un capolavoro da recuperare e rivedere per scoprire anche una parte di noi. Wim Wenders ci ha lasciato molto su cui riflettere: la famiglia, il sogno, il viaggio interiore contrapposto a quello esteriore, ci ha insegnato che a volte i navigatori non hanno le mappe per ogni strada e che perdendoci su sentieri non tracciati possiamo ampliare la nostra percezione. Soprattutto ci ha mostrato i nostri limiti fisici ed emotivi e come il vero viaggio di noi esseri umani sia quello verso il loro superamento.


Chi è | Stefano Semeria

Nasce nell'agosto del 1979, l'anno di Alien, Amityville Horror e Star Trek, The Motion Picture (e molti altri film famosi, ma a lui piace citare questi). Ama il cinema e la musica e sogna che la colonna del film della sua vita venga scritta da Clint Mansel. Ha fondato e dirige uno studio di produzione per le arti visive a Torino.

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