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IL NUDO È MORTO. L'abito è il monaco

Afran, con la mostra alla Galleria Biffi Arte di Piacenza compie una riflessione sul tema dell’identità, partendo dall’abito inteso come metafora. Per l'artista il corpo abita un abito che è poi a sua volta involucro che abita il mondo

DAVIDE, 2020 | scultura polimaterica 70x45x45 cm. © Afran

Padre della Guinea Equatoriale, una moglie italiana, un pezzetto di vita in Spagna e da anni in Italia, Afran ha avuto una formazione “occidentale”, ma non ha mai perso di vista il dna della sua cultura d’origine. Che è poi quella Fang di cui, all’inizio del ‘900, si innamorarono Picasso e Modigliani. Per lungo tempo la pratica artistica con materiali multiformi e, pochi anni fa, la scelta quasi esclusiva di un materiale non proprio ortodosso: il denim. Tessuto global e metamorfico, il jeans incorpora tante latitudini e una storia di lungo corso: già nel ‘500 un blu ottenuto dal guado (una pianta tintorea di origine africana), veniva utilizzato a Genova per tingere la tela destinata alle vele delle navi e usata per coprire le merci durante il loro trasporto, oltre che per i vestiti dei marinai. Tessuto ideale per la realizzazione di pantaloni da lavoro (prediletto, alla metà dell’Ottocento, dai cercatori d’oro, dai cow boy e dai minatori), a partire dagli anni Sessanta del Novecento il jeans si fa icona di protesta antiborghese per rinascere, verso la fine degli anni Ottanta, come outfit glamour, con una nuova identità e in lussuose contaminazioni.



Con questo complesso pedigree antropologico, nelle mani di Afran il denim si fa materiale plastico, humus ideale di espressione: l’artista predilige quel jeans su cui è rimasta in qualche modo imprigionata la memoria del corpo che lo ha abitato e con questo outfit sformato, sbiadito, slabbrato, strappato, taglia, ricuce, intarsia e scava nella carne del tessuto. Con una prodigiosa pratica del montaggio, rifila tracciando nuove tramature, privilegiando le superfici più scabrose, quelle più disturbate da cuciture, passanti, tasche, fibbie. Ed è così che il jeans (e il suo pantheon di accessori) cambia fatalmente di segno, perde la sua democratica disinvoltura e si fa forma scultorea. Nascono icone forti, spesso, come le definisce l’artista stesso “urlanti”, eventualmente spaventevoli, figlie di ingegnosi sistemi di annodamenti e incastri, in una estetica del montaggio, dell’uso e del riuso che guarda alle avanguardie artistiche di primo Novecento, rinnovandone alcuni esiti.


Questa è la tecnica, ma è soprattutto la strada che porta Afran a compiere una riflessione sul tema dell’identità, che da sempre gli è caro, proprio partendo dall’abito inteso come metafora e come luogo di possibili trasmigrazioni semantiche. Se, come in un gioco di scatole cinesi, il corpo abita un abito che è poi a sua volta involucro che abita il mondo, allora il vestito può essere il palinsesto su cui tracciare la sintassi della identità. Ma nel momento in cui questo involucro si fa sostanza, anima e carne viva dell’uomo, allora è in atto una perdita che non può che essere, appunto, spaventevole. Perché dichiarare la morte della nudità, parafrasando l’annuncio nietzschiano “Dio è morto”, significa congedare la più intima parte di noi stessi.



Con questo materiale rinnovato, Afran, per la prima volta e proprio in occasione della mostra alla Galleria Biffi Arte di Piacenza, nel Salone d’Onore e Sala delle Colonne, che si inaugurerà il 5 settembre e resterà aperta fino al 7 novembre 2020, esplora un nuovo campo tematico e attinge alla classicità che tanta parte ha avuto nella sua formazione: il jeans incontra il volto di un David che viene da lontano, è quello di Michelangelo, o si innerva nelle morbidezze della Venere di Milo o nella durezza del volto di Eracle. Oppure, e qui ancora una volta Afran sperimenta e combina i linguaggi, compare dietro la griglia di colate cromatiche, nei lavori a parete (Venere della sobrietà).


Completano il percorso espositivo due famiglie di istallazioni: i due Sartropodi in cui ancora una volta l’artista sperimenta con i processi del ready made, e l’enorme "Scheletro di niente": il poetico assemblaggio di grucce appendiabiti si dispiega nello spazio del Salone d’Onore della Galleria, come una sorta di gigantesco fossile: le grucce vuote raccontano ancora una volta la storia di una assenza. L’abito se ne è andato, lasciando dietro di sé la traccia nostalgica della sua transitoria ed effimera esistenza.


La mostra, curata da Susanna Gualazzini e Carlo Scagnelli, è stata organizzata in collaborazione con la Galleria MA-EC (Milan Art & Events Center) di Milano.


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