• Francesca Palumbo

Las Mayas di Daniel Ochoa de Olza

L'antica e tradizionale celebrazione delle Las Mayas per le strade di Madrid mostrata dagli scatti del fotografo Daniel Ochoa de Olza

Photo © Daniel Ochoa de Olza

Ogni foto è narrazione, ogni scatto è scrittura, luce, colore. La funzione del linguaggio è quella di comunicare, ma se ciascuna idea o suggestione dovesse rintracciare una parola che la definisca, ne risulterebbe una lingua estremamente complessa e forse del tutto impraticabile. La complessità si scontra infatti con i limiti della memoria umana: perché un linguaggio sia praticabile, occorre che sia snello. Ricordare i nomi di ogni sfumatura osservata sarebbe impossibile, allora le lingue si dotano di un numero ristretto di termini, ognuno dei quali determina in prima istanza uno specifico colore, che rappresenta il significato del termine in senso paradigmatico, ma intorno a questo nucleo di significato stabile e definito, il termine è chiamato a ricoprire anche un'area semantica marginale più vasta e dai contorni imprecisi.


Così nell’arte, e nella fotografia, lo spazio cromatico è un continuum infinito, a cui il linguaggio fa fronte scegliendo a quali tinte dare una denominazione puntuale e per quali sfumature ricorrere a determinazioni imprecise. Ogni lingua stabilisce quanti e quali nomi di colore adottare in funzione delle esigenze comunicative della comunità di parlanti. Cosa succede osservando le immagini del fotografo Daniel Ochoa de Olza? I suoi recenti scatti raccontano un rito primaverile collettivo che risale al Medioevo e deriva da riti pagani. Mostrano in ogni riquadro una ragazzina Maya che siede su altari durante la tradizionale celebrazione delle Las Mayas per le strade di Madrid. Gli altari sono circondati da un'elaborata esposizione di fiori ed erbe. Le foto vengono scattate nel mese Maggio, il mese dei fiori e dunque dei colori.


Photo © Daniel Ochoa de Olza


Secondo la tradizione ad ogni primavera le famiglie nel villaggio spagnolo di Colmenar Viejo (un piccolo villaggio a circa 18 miglia da Madrid) che hanno figlie di età compresa tra 7 e 11 anni, si riuniscono per decidere quale delle loro ragazze avrà l'onore di essere scelta come protagonista di “Las Mayas. Sono le stesse famiglie partecipanti a costruire e decorare altari con fiori ed erbe aromatiche raccolte nelle campagne circostanti. Le quattro o cinque Maya prescelte indossano vesti bianche o colorati costumi e una corona di fiori adorna il loro capo. Le regole di questo rituale, da secoli vengono tramandate oralmente di generazione in generazione. Il fotografo Daniel Ochoa de Olza spiega che nel giorno del festival, le Maya devono restare sedute in un silenzio sereno sui propri altari per le strade del villaggio per circa due ore, mentre la gente che vive nel villaggio passeggia davanti a loro ammirando e commentando.


Photo © Daniel Ochoa de Olza


Un gruppo di musicisti si sposta da un altare all'altro, esaltando la bellezza e l'eleganza di ogni ragazza. Altre 10-15 ragazze vestite con lunghi abiti bianchi e giacche nere fungono da ‘assistenti’ alle Maya e chiedono spiccioli agli spettatori in cambio della pulizia delle loro giacche con spazzole e pennelli. Successivamente, tutti si recano in chiesa per la messa. Stare seduti in mezzo a loro è come trovarsi al centro tra tanti piccoli angeli. Ciò che colpisce del rituale Las Mayas, e delle splendide foto dell’artista in questione, è la meravigliosa composizione delle corone di fiori che adornano ogni scatto e che nella maggior parte dei casi cingono i volti delle ragazzine prescelte per l’immagine. Qui tutti i fiori si intrecciano tra di loro fino a creare una nuova essenza creativa, unica e altra: le sfumature e gli incroci che ne derivano sembrano comporre nuove nuances, singolari e perfette. Per quanto la scena ritratta appaia visivamente ricca, in realtà, è fotograficamente molto naturale. «Le immagini sono molto semplici - dice Ochoa de Olza - ma sono stratificate».


Photo © Daniel Ochoa de Olza


Forse non è un caso scoprire che Daniel Ochoa de Olza sia figlio di uno scrittore e insegnante di storia dell'arte, e che fin da piccolo ha ricevuto lezioni di disegno e pittura nel laboratorio di Antonio Eslava, dove ha ottenuto le basi della sua formazione artistica. L’effetto d’insieme dei tableaux richiama le icone cattoliche, le presenze magiche dei boschi e in buona parte la figura di Frida Kahlo, così fortemente radicata nel colore, e nei fiori a sua volta. «Dipingo i fiori per non farli morire» diceva lei. Quale suggestione più potente rispetto alla cromaticità della vita e della morte? Può sembrare quasi che de Olza ci inviti con i suoi scatti ad un tale potente richiamo. Le ragazzine statiche e immobili, i fiori, la gioventù e quel colore di dentro che inevitabilmente svanisce, sfiorisce e ci accompagna verso la maturità, o la morte.


Dipingere o fotografare tutto questo significa salvare o fermare, creare un’interruzione impossibile al corso dell’esistenza. Le bambine Maya qui ritratte restano mute: così vuole la tradizione del rito, sedute sull’altare non potranno parlare né muoversi perché l’unico modo di celebrare la bellezza è fissarla e renderla immortale. Esattamente come ci ricordava Keats nella sua Ode su un’urna greca. A thing of beauty is a joy for ever. Gli scatti di Ochoa de Olza ci invitano a riflettere sui grandi temi della permanenza e dell’immortalità e lo fanno attraverso una narrazione cromatica del non-gesto, in una restituzione di staticità e innocenza che esalta l’arte e il suo valore più recondito, fissati in eterno in quell’istante.


Chi è | Francesca Palumbo

Nata a Bari, dove vive e lavora come docente di Lingua e Letteratura Inglese. Ha pubblicato “Volevo dirtelo” (2008); “La vita è un colpo secco” (2014); “In fondo” (2014). Per Besa Editrice “Il tempo che ci vuole” (2010), che ha ricevuto il riconoscimento massimo delle ‘tre penne’ di Billy, e “Le parole interrotte” (2015), vincitore del Premio Letterario Nazionale Bari Città Aperta. Il suo ultimo romanzo è “La tua pelle che non c’è”, Edizioni Besa (maggio 2018)

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