• Marco Del Francia

Pulizia di pensiero


Incontro con Luisa Castiglioni, interprete originale di una grande scuola di architettura, donna coraggiosa e sincera

Non ero mai stato a Bocca di Magra, ci sono finito in un sabato di novembre grazie a un suggerimento dell’amico Massimiliano Pescio. Qui vive infatti per gran parte dell’anno una personalità tanto straordinaria quanto semplice nel suo porsi con disarmante umiltà. All’appuntamento, organizzato grazie al prezioso aiuto della nipote, Maddalena Scarzella, ci sono arrivato attraversando paesaggi tanto pregevoli quanto contrastanti.

Nascosta al confine tra Toscana e Liguria, adagiata sulla foce del fiume, con le Alpi Apuane e il Mar Ligure a incorniciare il paesaggio, Bocca di Magra mi si presenta con colori, suoni e atmosfere del tutto particolari, quasi fermate in un’istantanea senza tempo in cui ogni movimento sembra riprodotto a una velocità più lenta del reale. Non è difficile, in questo effetto di slow-motion surreale, avvertire un sentimento nostalgico anche per chi, come me, in questo luogo non ha né radici né ricordi di un trascorso personale.

Luisa Castiglioni invece, milanese, classe 1922, qui ha un vissuto umano denso e radicato. Ci è arrivata la prima volta nel 1959, per trascorrere la villeggiatura assieme agli amici Giulio Einaudi, Vittorio Sereni, Elio Vittorini e Giovanni Pintori, nomi che da soli mettono i brividi e ai quali – assieme a Cesare Pavese, Eugenio Montale e Marguerite Duras – questo posto deve in qualche modo anche la sua notorietà. Innamorata del posto, Luisa Castiglioni acquista assieme a Einaudi e a Della Porta un vasto terreno posto sul declivio alle spalle del centro abitato, sul quale, progettate da lei stessa, intende costruire le loro abitazioni di vacanza.

Einaudi poi rinuncerà, mentre Luisa si insedierà qui, realizzando complessi spazi architettonici che hanno fatto da sfondo a una parte importante della sua vita, in mezzo a momenti conviviali tra amici ospiti e familiari. Maddalena mi aspetta volutamente nella parte bassa del colle (c’è un secondo ingresso, più comodo, posto nella parte alta), dove sono posizionati – in parte in piano e in parte su dei terrazzamenti – degli orti storici, apparentemente in decadenza, ma ancora in produzione, che come biglietto da visita introducono alla proprietà.

Li attraversiamo e poi iniziamo a salire lungo uno stretto e ripido camminamento in mezzo alla macchia mediterranea. Mentre seguo Maddalena penso alle parole di Senofonte: “Nulla è concesso ai mortali senza fatica”. La stretta scalinata che porta alle case è infatti una sorta di iniziazione ascensionale che mette a dura prova il fiato e le gambe, ma chi resiste a quella ripida e impegnativa salita vedrà senz’altro ripagati i suoi sforzi.

Il colpo d’occhio, da lassù, domina un panorama che guarda verso la foce e il mare fino alle Apuane, di una bellezza struggente. E poi ci sono le case, la prima che intercettiamo riservata ai figli e nipoti, e poi la seconda, dove vive Luisa. Entrambe articolate nella loro conformazione esterna, sia in pianta che in alzato, in un rapporto così dinamico da intessere con la natura un dialogo di reciproca empatia, meravigliano una volta all’interno per l’originalità del disegno degli ambienti, la loro articolazione, la cura del particolare che non rende mai banale ogni elemento funzionale, dagli scalini alle porte, dalle quinte divisorie al sistema degli infissi esterni, fino agli infiniti mobili di arredo, tutti disegnati dalla creativa e sapiente mano di Luisa.

La quale finalmente, nella seconda delle due case posta sul pendio superiore, ho il piacere e l’onore di conoscere. Sguardo diretto e curioso, un viso austero di elegante bellezza; con l’espressione quasi stupita per la mia visita, ma con un sorriso contagioso, mi fa accomodare offrendomi un tè. Ci sediamo attorno al tavolo MX800B di Alvar Aalto, in legno di betulla, con le caratteristiche gambe a ventaglio. “Sono andata a prendermelo in Finlandia” dice ridendo, non so se per battuta o se perché è andata veramente fin lassù per comprarlo. “È così semplice e così bello, vorrei averlo disegnato io, Aalto era un genio”.

Parliamo di Bocca di Magra. Qui nell’aprile del 1945 l’avanzata delle Compagnie americane fu bloccata più volte dai bombardamenti di artiglieria, provenienti dai bunker tedeschi di Punta Bianca e Bocca di Magra. Gran parte del territorio fu completamente bruciato dal fuoco tedesco e alleato. “La seconda guerra mondiale... Un’assurdità drammatica di dimensioni infinite, fate vedere ai giovani le immagini, spiegate loro... la conoscenza è importante, certe cose non si devono ripetere.”

È all’indomani del conflitto bellico che Luisa termina gli studi universitari e comincia allo stesso tempo l’avvio alla professione. “Mi sono laureata in Architettura a Milano nel luglio del 1946; pochi giorni dopo, assieme alle amiche Franca Helg, che conoscevo fin dai tempi del liceo, e Marta Latis, andammo in vacanza all’Isola d’Elba e lì conobbi Franco Albini e Giancarlo De Carlo.”

A fine estate comincia a collaborare alternativamente con entrambi, con ruoli non soltanto secondari. “Albini mi diede molta fiducia, specialmente nella prima sistemazione della ricostruzione delle salette venete alla Galleria di Brera, che seguii praticamente da sola.”

È stata a studio da Luciano Canella, dove ha imparato a disegnare con i graphos; ha conosciuto e frequentato lo studio BBPR dove la sorella lavorava come segretaria; ha collaborato con molti degli architetti di area milanese-lombarda, tra cui Gae Aulenti, Umberto Riva e Rita Bravi, con la quale instaura un lungo sodalizio professionale e di amicizia. Progetta a 360 gradi, non c’è campo che non la vede impegnata: architettura, design, urbanistica, allestimenti. Le chiedo se tra questi c’è qualche differenza e se ha una preferenza. “Non c’è una preferenza né una differenza, progettare è mettersi davanti a una realtà e cominciare a lavorare” dice con la sua consueta schiettezza e quello sguardo che accompagna ogni sua risposta, a sottolineare in modo meravigliato un’opinione per lei evidentemente scontata che anche un bambino mi potrebbe dare.

Le faccio notare come le sue opere, e in generale le opere realizzate da architetti della sua generazione e formazione, siano ancora capaci di resistere al tempo e quanti valori ancora, spaziali e materici, siano in grado di esprimere. Così mi torna in mente una sua intervista dove sosteneva che “quello che è giusto è onesto”. “Era per dire che tutto viene fatto nel momento del bisogno, non solo le architetture, e quando le fai per un bisogno, le cose le fai in modo essenziale. Quindi sono giuste. Nella mia vita ho fatto così...”. Sì, sono così le sue opere: essenziali e pulite pur nella loro complessa strutturazione, non riflettono uno stile, hanno dei riferimenti culturali rintracciabili dalla formazione in parte influenzata dai maestri del Moderno, ma poi seguono una personalissima interpretazione e guardano soprattutto alla funzionalità.

È una donna sincera Luisa, senza giri di parole, concreta, con una vita vissuta guardandola in faccia, con i suoi modi educati ma tremendamente diretti, con grandi passioni, anche private, che sono state frutto di scelte coraggiose. “Le scelte vanno fatte, e vanno fatte con pulizia di pensiero, senza inganni. Per me è questa l’unica strada possibile. È come reprimere l’Eros, è innaturale. E comprendo che viverlo, l’Eros, è una scelta anche questa, di libertà, rischiosa nella società attuale. Ma io sono fatta così. Nella professione come nella vita ho sempre fatto delle scelte. A volte in conseguenza di fatti che mi hanno segnato. La guerra, la tubercolosi che ho combattuto e vinto, l’Università dove ad Architettura eravamo soltanto 5 donne...

Sono sempre stata una combattente.” Sembra dirlo tra sé e sé, ma ad alta voce, con aria divertita. Ed è con un grande sorriso, al calare della sera, che ci congediamo. Rapito dal fascino di Luisa e dalle sue architetture, mi allontano da Bocca di Magra col ridondante sciabordio delle sue onde ad accompagnarmi.

Articolo pubblicato ArtApp 13 | IL MEDITERRANEO

Chi è | Marco Del Francia

Architetto e Presidente dell’Associazione BACO (Baratti Architettura e Arte Contemporanea) – Archivio Vittorio Giorgini, coordinatore redazionale della collana “Architetture delle Province”, dal 2014 nel CTSO di AAA/Italia (Associazione nazionale Archivi di Architettura contemporanea). Ideatore e progettista del Museo MAGMA di Follonica (vincitore del DASA - Micheletti Award 2015 e del Premio Business Meets-Art Awards 2014), cura allestimenti museali e mostre temporanee.

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