• Antonella Anna Tolentino e Leonardo Milesi

Santo Genet Commediante e Martire


Progetto di Laboratorio Teatrale della Compagnia della Fortezza, nella Casa di Reclusione di Volterra

Photo © Stefano Vaja

L'incontro tra Armando Punzo, drammaturgo e regista teatrale italiano, Direttore artistico del Teatro di San Pietro di Volterra e del Festival VolterraTeatro, con un gruppo di detenuti del carcere di Volterra avvenuto ormai oltre venticinque anni fa, ha dato luogo alla più lunga e importante esperienza di teatro in carcere in Italia e non solo.

La lungimiranza e l'influenza della Compagnia della Fortezza, che nasce come progetto di Laboratorio Teatrale nella Casa di Reclusione di Volterra nell’agosto del 1988, dipende in larga misura dal fatto che il teatro di Punzo, diversamente da altri tipi di teatro sociale, mette in primo piano il valore artistico e la professionalizzazione degli artisti/detenuti, piuttosto che l'aspetto ri-educativo e ri-socializzante delle persone coinvolte.

Una connotazione imprescindibile di questa Compagnia è l’orientamento verso l’esito artistico del lavoro fatto attorno al teatro come rito: evento che trasforma chi lo esegue e chi vi partecipa.

È un invito a violare i limiti del ruolo che la società impone. Il modo suggerito per uscire dal ruolo è quello di trasformarsi e la trasformazione è sempre un'esperienza traumatica, dal momento che comporta il crollo dei punti di riferimento e lo sconvolgimento della quotidianità.

La lingua prescelta negli spettacoli della Compagnia è una lingua discriminata rispetto a quella ufficiale come il dialetto, soprattutto quello napoletano, ed esprime la cultura e i valori delle classi sociali più marginali a cui i detenuti appartengono.

Lo spettacolo portato sulle scene è Santo Genet ispiarato all’opera popolata da emarginati, reietti e fuorilegge di Jean Genet, turbolento autore francese che frequentò il carcere a più riprese. L’intera produzione dello scrittore è stata spunto di riflessione sulle questioni che interessano la Compagnia, veicolo di bisogni e sentimenti che esigono di trovare un'espressione.

L'intervento sui testi presi in considerazione è stato molto libero: sono stati tagliati, scombinati, rielaborati in un mondo in cui pare che si sia già detto tutto e in tutti i modi, dove la parola può trovare nuovi significati solo attraverso la ri-combinazione: la componente verbale interagisce, poi, efficacemente con tutti gli altri segni della scena.Lo spettacolo è stato concepito per la messa in scena all’interno del carcere di Volterra e per gli altri teatri tradizionali in cui è stato portato, sono stati necessari alcuni adattamenti, come per la rappresentazione all’interno del Teatro Tieffe Menotti di Milano.

Santo Genet inizia ancor prima di cominciare, ossia quando il pubblico scende le scale che dall’ingresso del teatro conducono alla sala. La lenta processione viene fermata da alcuni attori che recitano, pesantemente truccati e travestiti, alcuni monologhi. Uno dei tre recita disteso in una teca di vetro, vestito da sposa. Con questo espediente Punzo ha voluto ricreare quella compenetrazione tra spazio destinato agli spettatori e spazio scenico già sperimentata presso il carcere di Volterra, nonché adibire a luogo teatrale uno spazio non destinato alla rappresentazione. L’ingresso alla sala avviene attraverso una galleria di statue viventi: detenuti, disposti in doppia fila e vestiti da marinai, simbolo erotico per lo scrittore francese.

Muovono le loro braccia indicando punti lontani, facendo mostra di scagliare frecce, congiungendo le mani in preghiera. La loro fisicità è prorompente: sono corpi tatuati, muscolosi, pieni di cicatrici e tatuaggi. Ed ecco anche qui la figura di Punzo, vestito con un lungo abito nero, alto cilindro in testa e un serto di rose rosse attorno al collo, officiante di questo rito, ci precede con sguardo fra il rapito e l’inquietante, accompagnandoci ai posti.

Come tutti gli altri personaggi che affollano la scena, anch’egli è pesantemente truccato e reca in mano un libro con un grande cuore rosso in copertina.

Durante tutto lo spettacolo leggerà alcuni brani, mentre sul palco si susseguiranno i monologhi dei vari fantasmi usciti dalle opere di Genet. La suggestiva scenografia contrappone a una sorta di cimitero monumentale, con colonne e sarcofagi di marmo, una scena ipertrofica: abat-jour, fiori, tende di velluto, specchi dorati, icone e crocifissi e un piano davanti al quale siede il musicista Andrea Salvadori, che con le sue note accompagna i personaggi nei loro monologhi.

Il contatto fisico fra attori e spettatori è molto stretto, anche se non come in carcere. Attori e attrici invitano gli spettatori a danzare un valzer, mentre lo spettacolo si conclude con il pubblico che lancia fiori - precedentemente distribuiti - sul palco, agli attori.

Armando Punzo traduce un mondo di decadenza morale, che tanto attirava e cui apparteneva il poeta francese, in un universo pregno di solidarietà. Le storie raccontate, del resto, sono un tentativo di espiazione che mira a condurre i personaggi verso la perfezione morale, ovvero la santità. Si tratta di un fine dichiarato dallo stesso Punzo nei panni di Irma: “se la santità è il mio fine non riesco a dire cosa sia. Il mio punto di partenza è la parola che porta alla perfezione morale, di cui non so nulla.

Non potendo definire né la santità né la bellezza, voglio costruirla in ogni atto”. La bellezza dell'universo in cui Punzo ci introduce non è però pacificante, allo stesso modo la santità non esclude la degradazione. Si può piuttosto affermare che in questa rappresentazione gli opposti convivano e si esaltino vicendevolmente, sia a livello estetico che etico: lo stile kitsch non compromette l'eleganza dell'insieme, il lato oscuro dei personaggi fa brillare più intensamente la luce che essi serbano dentro di sé.

Lo spettatore rimane stordito e disorientato, bombardato da note discordanti, ma tutte appartenenti alla sinfonia della vita. Un’esperienza liberatoria e dolorosa perché momentanea.

Come tutti gli spettacoli della Compagnia della Fortezza, Santo Genet parla di liberazione e di trasformazione. E la trasformazione è innanzitutto il risultato di un'operazione di tipo culturale.

Per Punzo, però, la cultura non è qualcosa da concepire in termini astratti: per lui soltanto attraverso l'azione, o meglio l'azione artistica, che di cultura si nutre, è possibile cambiare le cose.

Articolo pubblicato su ArtApp 16 | LA PRIGIONE

Chi è | Antonella Anna Tolentino

Appassionata di teatro, fotografia e arte, nel 2014 si è laureata in Lettere con una tesi intitolata: “Armando Punzo e la Compagnia della Fortezza. Analisi dello spettacolo Santo Genet (2014)”. Quando non è curva sui libri sogna di vivere a New York e lavorare per una stimolante galleria d’arte contemporanea, senza perciò rinunciare definitivamente alla sua Puglia.

Chi è | Leonardo Milesi

Leonardo Milesi nasce nel 1992 a Bergamo, per poi trasferirsi con la famiglia in Toscana dove cresce fra gli animali e i i boschi vicino a Cortona. Avido lettore e appassionato di cinema, intraprende studi umanistici e si laurea in Filologia Moderna all’Università Cattolica di Milano con una tesi sulla letteratura fantastica. Collabora con la rivista ArtApp con recensioni, articoli e traduzioni dal francese ormai da oltre sei anni.

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