• Carlotta Monteverde

Marco Milia e lo spazio


L'arte pubblica descritta delle opere di un artista che indaga le differenze tra luogo e non luogo, utopia e rinnovamento urbano

Studio per Idrometeora, 2014 - Photo © Aurelio Candido

Marco Milia alterna interventi all’interno di spazi convenzionali, gallerie, musei, istituzioni, con proposte realizzate all’aperto, piazze cittadine, parchi sculture, radure incontaminate, apportando nel suo linguaggio convenzioni che appartengono ad entrambi i campi, ibridandone i registri e paventandone una sintesi. La ricerca che ne deriva sfocia in una salda riflessione sul lessico contemporaneo, su quello che Marco Senaldi definisce la perdita del simbolismo a favore di realtà ed immaginazione; verte sull’uso, lo studio e la messa in discussione del formalismo classico impostato su equilibrio, simmetria, proporzione, creando immagini in cui a prevalere sono lo spazio concepito come bisogno collettivo, la desacralizzazione dell’opera d’arte non più oggetto intoccabile da contemplare passivamente, l’adozione di composizioni agevolmente accessibili, il manufatto come occasione partecipativa.

Base di ogni progetto è il concetto di site-specific, l’analisi del contesto, l’interazione e la reazione alle sollecitazioni architettoniche e strutturali dell’ambiente urbano o del paesaggio naturale, ma anche alle sue caratteristiche immateriali, le aspettative e le necessità di chi quel territorio abita o fruisce, lavorando sull’inclusione, la partecipazione, il momento ludico come collante sociale. Rifiutando lo spirito oppositivo, più marcatamente politico, il conflitto come strategia generatrice di significati, o la critica aperta, gli interventi di Milia si contraddistinguono per la costruzione di dinamiche relazionali basiche, per l’individuazione e costante verifica di elementi primari legati alla memoria condivisa, trasformando luoghi di passaggio e di fretta in aree di sosta e connessione, oppure intervenendo in zone neutre, vuote, apportando nuova vita dove precedentemente non esisteva.

Il primo approccio con lo spazio aperto lo ha nel 1999, al Parco Museo l’Olivello: invitato assieme ad altri studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma a rigenerarne il decoro ed incentivarne le visite, il criterio di selezione dell’opera dallo studio senza alcun riferimento all’habitat e la sua storia lo portano alle iniziali riflessioni sulle necessità di dialogo con la morfologia, il clima e la natura circostante. Meditazioni che confluiscono in una serie di progetti: nel 2003, Nuova fontana di Pescia, rimasto su carta; Walking, del 2004, per il Parco Museo Reggia ad Umbertide; i concorsi per il parco sculture a Montefiore Conca (Rimini), nel 2006, e per Casale Monferrato nel 2006/2007. In questo percorso, non ancora completamente svincolato dal concetto tradizionale di statuaria, si gettano le basi per una poetica che si definirà sempre più in senso interattivo e corale.

Tutto il periodo di elaborazione ed enucleazione dei canoni espressivi e formali muove dalla possibilità di uscire dai luoghi istituzionali per riversarsi nella vita quotidiana; solo successivamente, acquisita una flessibilità ed attitudine a vocazione relazionale, si fa più frequente l’interesse per il white cube, la galleria, generando una commistione e contaminazione linguistica che lo porta a sperimentare trovate e soluzioni provenienti dall’arte pubblica in opere dedicate ai musei, e viceversa.

Photo © Stefano Esposito

Nelle personali L’ultraterrena sospensione (2008, Spazio Bertold Brecht a Milano) e Urban Necessity (2009, Èstile Gallery di Roma, a cura di Valentina Bernabei) indaga le differenze tra luogo e nonluogo, utopia e rinnovamento urbano. L’ultima, in particolare, si arricchisce di un illusionismo (dato dagli specchi) funzionale a sfondare simbolicamente le superfici, generare un’interferenza nella percezione ed inglobare lo spettatore nell’opera.

La scultura si apre all’architettura, ne modifica i contorni e si trasforma in installazione: la progettazione “al chiuso” è necessaria per approdare ad un intervento che sia ambientale, totalizzante, sinestetico. Il passaggio successivo lo porta ad una dimensione più aerea, sperimentare nuovi materiali, fino al policarbonato alveolare, polimero traslucido, flessibile e leggero, con cui connettere il corpo del visitatore allo spazio circostante.

Lavori come Emotional Circles (2011, Premio Basi, Cava di Roselle) o Why Square? (2011, MAG Premio Creatività, Comune di Marsciano), entrambi installati temporaneamente all’aperto in contesti da rendere nuovamente fruibili o da ricondurre a centri di aggregazione, sono percorsi di cerchi trasparenti alti 30 centimetri, da scavalcare, attraversare, con cui giocare e mettersi alla prova, viaggio metaforico alla ricerca di se stessi, momento ludico da condividere con gli altri.

Inversamente, lo stesso principio è stato presentato nelle sale del Museo Revoltella a Trieste nel 2012 (Artefatto Moto Urbis): la carica dirompente dell’opera da vivere e far vivere attraverso la propria esperienza, il pensiero limpido dietro la messa in forma, la semplicità dei gesti richiesti hanno avuto bisogno della mediazione dell’artista che ne svelasse la pratica di rimozione di distanza e di rigida riverenza destinata all’arte.

Impluvium 2012 - Foto © Aurelio Candido

Oggi Milia è concentrato nella realizzazione di grandi installazioni che mettano in comunicazione l’interno con l’esterno, il campo chiuso con l’aperto, il fruitore con gli elementi atmosferici, sia in modo letterale - come nell’opera Impluvium (2012, Premio Basi, Cassero Senese) - che metaforicamente - come nella impegnativa personale In aĕre in aquis, tenutasi alle Case Romane del Celio a inizio 2014 a cura della Takeawaygallery di Roma.

A New York, presso la Residenza alla Art Students League, vinta nel luglio di quest’anno, una cascata di cerchi collassati l’uno sull’altro ne ha aperto una nuova frontiera nella poetica, sostituendo l’accumulo, il disordine, la spinta verso il basso al rigore formale ed alla ricerca più propriamente sociale precedente, senza per questo metterne in crisi i presupposti concettuali.

Il lavoro di Marco Milia può essere letto come un lungo percorso nello sforzo di dare una propria definizione al concetto di spazio: sia esso fisico, condiviso, pubblico o inesplorato; ed insieme di scardinare la rigida visione di se stessi e degli altri, avvalendosi di una serie di meccanismi in grado di produrre aggregazione e socialità, creare delle pause nei conflitti giornalieri, delle soste, delle attese, dei varchi nell’indifferenza quotidiana.

Articolo pubblicato su ArtApp 14 | LA CITTÀ

Chi è | Carlotta Monteverde

Ha studiato Storia dell’Arte all’Università di Roma Tre. Cofondatrice nel 2010 della Takeawaygallery di Roma per la quale cura la comunicazione e la pianificazione di mostre, promuovendo principalmente giovani artisti che lavorano relazionandosi con lo spazio, si occupa di divulgazione di arte contemporanea scrivendo su blog, riviste specializzate e cataloghi.

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