• Marco Baliani

Universo perso, universo preso

Il mondo, dopo la pandemia, sarà più ricco di contraddizioni, più complesso, più faticoso e difficile, il teatro dovrà aprirsi ad altre forme, costruendo un teatro che ancora non c’è


Vaso di Pronomos, 400 a.C (particolare)


Questo tempo incerto e inconsistente, dove tutti aspettano Godot, illudendosi su chissà quale ritorno alla normalità, cioè ad un ordinato rientro nella Norma che tranquillizzi coscienze e portafogli, non spinge certo ad avventure spirituali, a pensare in altre forme il futuro prossimo. Anzi, tutte le comunicazioni quotidiane che si sovraffollano sui nostri piccoli e grandi schermi stanno lì a misurare solo quanto abbiamo perso del mondo di prima e come diavolo fare per recuperarlo.

Ci sono giorni in cui il mio avvilimento è totale, in cui mi sembra di vivere in una dimensione surreale dove ciò che conta sono le piste da sci o i ristoranti, mentre le pubblicità continuano imperterrite a proporre l’ultimo modello dell’auto che ci renderà liberi e forti, mentre seicento persone crepano ogni giorno a due passi da me, compresi carissimi amici. Ma restare avvinti da questa nebulosa insulsa, mentre nanerottoli politici cercano solo di mettere le mani sui miliardi del prossimo Recovery Fund inventando crisi di governo, pur di apparire sotto i riflettori, significherebbe dargliela vinta, accettare la sconfitta, e supplicare solo che arrivino ristori o prebende consolatorie. Se, invece, con fatica, riesco a non farmi deprimere da quello che vedo e sento, potrei forse riuscire a far tesoro del percorso accidentato che si sta attraversando, non vedendolo solo come inciampo o insofferente ostacolo, ma come un’occasione unica per poter immaginare un teatro diverso per il dopo catastrofe. E forse anche un modo di vivere diverso. Per esempio: le scuole di teatro si ostinano a pensare l’attore come interprete. L’attore si misura soltanto con la sua capacità di interpretare un personaggio, un ruolo. Con tutte le tecniche di sostegno che lo definiscono.

In questo modo si dà per scontato un teatro fatto di ruoli specializzati (regista, scenografo...). Questa divisone di ruoli è quella che ancora fonda gran parte delle produzioni teatrali. L’attore, dopo essere riuscito a farsi scritturare per una produzione, attende la guida del regista, la sua visione del testo (il testo è quasi sempre un testo scritto a cui il regista applica la sua chiave di regia per allestirlo). Io immagino invece una figura di attore in primo luogo come artista, cioè con una capacità di usare linguaggi che non si fermano alla pura interpretazione attorale. Il mondo che uscirà dopo la pandemia sarà più ricco di contraddizioni, più complesso, più faticoso e difficile e il teatro non può pretendere di contenere questa gamma di variabili dentro un’unica riduzione scenica, meno che mai dentro le unità di spazio tempo e luogo. Se non aprendosi ad altre forme, a linguaggi capaci di affondare il dito nelle piaghe sociali, spietatamente. Servono attori capaci di stare dentro un processo creativo, padroneggiandone gli strumenti, attori vicini ai mondi delle arti visive, che sappiano usare strumenti e tecnologie digitali, che abbiano praticato la performance, che conoscano la storia dell’arte, la filosofia, le scienze. Che sappiano usare le mani, costruire manufatti, proporre materia.


Attori artisti capaci di autorialità, cresciuti attraverso una formazione orizzontale, non gerarchica né verticistica, dove la capacità interpretativa non è l’unico fulcro del percorso, pur essendo praticata allo stesso modo della fisicità e del corpo. Senza specializzazioni. Basta con danzatori che non sanno parlare, o attori che non sanno muoversi o che non sanno come far parlare una marionetta. Attori artisti che, a monte, si dedichino a un teatro che ancora non c’è, un teatro da usare e non solo da contemplare, che abbia una funzione aperta nei confronti del mondo che lo circonda, capace di dialogare anche crudelmente col sociale, che lo frequenti, che si sporchi mani e cervello nel toccare la vita della gente, ma non per produrre un vetusto teatro civile in microdrammi chiusi da serie televisiva, ma per far volare gli animi, spostando e spodestando i recinti della realtà e della norma. Infine una formazione attorale dove non vige la competizione esasperata tra gli allievi, sul modello X-Factor, o sulle tante competizioni televisive in cerca di talenti. Un attore che vada in senso contrario, che formi coralità, organismi collettivi assai più capaci del singolo di affrontare le sfide drammatiche che ci attendono, anche in termini economici. Questi pensieri sono pura utopia, per ora. Ma lo scossone del coronavirus non può non modificare il modo di produrre, non solo in teatro. Occorre muoversi fin da ora in direzioni inaspettate, rivoluzionare i ruoli, modificare gli statuti, immaginare drammaturgie e situazioni produttive diverse, osare, senza aver paura di perdere chissà che. Universo perso, universo preso.

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