• Roberta Melasecca

Cinque Passi verso il divenire

In conversazione con Alberto Timossi che, nell’area del Complesso Monastico di Siloe (GR), allinea i cinque elementi dell’installazione, un segno tracciato sulla terra che conduce l’occhio verso il Monastero e lo preannuncia lungo un percorso che è contemporaneamente materiale e spirituale

Photo © Aurelio Candido

Su una trama di percorsi che si snodano sulle colline toscane sorge il Monastero di Siloe: costruito nel 2002, su progetto di Edoardo Milesi & Archos, si ispira alle suggestioni dell’architettura cistercense, al mondo della tradizione e a quel linguaggio simbolico capace di esprimere l’esigenza di assoluto.


Nell’area del Complesso Monastico, dell’estensione complessiva di 38.000 mq, in una zona scelta per la presenza di rocce a poca profondità, Alberto Timossi allinea i cinque elementi dell’installazione "Cinque passi" lungo la linea retta che congiunge diagonalmente un angolo del campo con un possente albero disposto isolato. È un segno tracciato sulla terra che conduce l’occhio verso il Monastero e lo preannuncia lungo un percorso che è contemporaneamente materiale e spirituale.


I cinque elementi, i cinque passi, si protendono verso il cielo e assorbono ogni minimo cambiamento di luce, di vento, di pensieri e visioni; catturano nuvole e filtrano acque della terra; osservano gli alberi e ne mimano l’essenza e le tensioni; segnano impronte e cadenze di orizzonti e lontananze. Sono i passi di un cammino che tende all’infinito, simboli di un continuo divenire dell’anima, che affondano nel silenzio di ogni altra voce.


I cinque passi sono anche quelle azioni costanti, simbiotiche e comunitarie, che pongono le basi per un nuovo Umanesimo capace di riconoscere una relazione del tutto diversa tra uomo e natura basata sull’ascolto, sulla cura, sull’accoglienza, sulla consapevolezza di una necessaria rigenerazione.


Photo © Alberto Timossi


Come nasce questa installazione nell’area del Monastero di Siloe?


L’installazione "Cinque Passi" non è un’opera inedita: infatti è stata realizzata nel 2014 e nel 2015 presentata per la Triennale di Scultura di Bad Ragaz, in Svizzera: i cinque elementi di Flussifiore erano stati composti nel parco svizzero secondo una geometria circolare a formare la corolla di un fiore. Un anno fa, mentre le sculture erano rientrate ad abitare il mio studio, ho ricevuto un invito da Aurelio Candido e dagli stessi monaci benedettini per portare un mio lavoro in un area che già ospita diverse opere d’arte tra cui alcune sculture sonore di Pinuccio Sciola. I cinque elementi del fiore, di 25 cm di diametro e alti 3 metri, sono così diventati i cinque passi di un percorso, di un cammino scandito temporalmente da un intervallo di 7 metri: battono a terra e, andando verso l’alto, si deformano. Nella configurazione originaria la deformazione era metafora della volontà e predisposizione dei petali di toccare l’alto, la natura, il cielo, il vento: ora ogni “passo” lega se stesso non solo con il cielo e l’aria ma anche con la spiritualità di cui questo luogo è intriso, prende forza dalle profondità della terra, dall’io più intimo, per poi elevarsi e connettersi con l’ora et labora dell’ordine monastico.


L’ambiente e il territorio hanno dunque la capacità di modificare le azioni artistiche oppure è l’opera che modifica se stessa in relazione al contesto?


Inizialmente, durante i primi sopralluoghi, avevo immaginato di ripristinare la stessa composizione di Flussifiore ed avevo individuato un’area adiacente alla chiesa. Tuttavia, installare i cinque elementi nella stessa modalità precedente sarebbe stata un’operazione esclusivamente decorativa ed estetica senza alcuna relazione né con il contesto né con il suo evidente carattere spirituale, con il genius loci. Quindi ci siamo diretti in una una zona, all’ingresso del comprensorio di Siloe, caratterizzata da un terreno con rocce a bassa profondità, non coltivabile con erba bassa e rada, con la presenza di un albero isolato che collegava la zona di accesso al monastero secondo un allineamento diagonale. Ogni luogo “parla”; la scultura ambientale risponde al suo richiamo e scopre in esso quelle relazioni che la possono trasformare totalmente e adattare a nuova vita.


Photo © Alberto Timossi


Per la prima volta ti sei confrontato con un ambito religioso. Che tipo di rapporto instaura la tua opera con tale contesto: un atteggiamento più laico o più “spirituale”?


Noi occidentali proveniamo da una storia segnata profondamente dal cristianesimo e dal cattolicesimo, anche per il fatto che l’80% del patrimonio artistico e architettonico è stato, nel corso dei secoli, commissionato dalla Chiesa. Nel lavorare per la prima volta in un contesto religioso, mi sono accorto di lambire un percorso storicamente importante con un atteggiamento del tutto laico, proprio perché le forze motrici dell’opera e i ragionamenti intellettuali ed estetici sono legati ai concetti di arte ambientale, ripetizione dell’immagine, arte minimale, rapporto con l’ambiente. Tuttavia ognuno di questi elementi possiede in sé una sostanza spirituale: nel momento in cui l’aria si fa rarefatta e si tende verso l’alto, si utilizza un colore monocromo forte ed espressivo come il rosso, allora ci si accorge di avventurarsi verso l’essenziale che si esplicita o attraverso una formula matematica oppure verso una formula mistica e trascendentale. Si afferma dunque la consapevolezza che, nell’essere parte di una cultura come quella italiana, anche l’aspetto religioso fa parte di noi.


"Cinque Passi" giunge in un monastero benedettino con presupposti del tutto laici, senza riferimenti a simbologie religiose: non è dunque un’opera di arte sacra, ma possiede un'essenza spirituale strettamente radicata nella nostra storia. Il rapporto con l’ambiente, con quel paesaggio trasformato dall’azione dell’uomo conduce tutti i miei interventi, dalle Pietre Nere per il Lago Sofia, a Spilli, Fata Morgana, Illusione fino a Segnacoli, a scavare e trovare un filo conduttore che lega gli antichi Fenici di Mozia a noi contemporanei: un filo di spiritualità ed empatia che stringe i luoghi con quei valori che trascendono il contingente odierno.


Photo © Alberto Timossi


Chi è | Roberta Melasecca

Architetto libero professionista, nel 2012 inizia l’attività nella comunicazione, promozione artistica e curatela per l’arte e l’architettura e nel 2015 fonda l’agenzia Melasecca PressOffice promuovendo centinaia di mostre, eventi, premi in tutto il territorio nazionale. Dal 2018 è responsabile, art manager e curator di Interno 14 next e responsabile di redazione della rivista www.presstletter.com. Dal 2019 è entrata a fare parte del progetto “The Indipendent” della Fondazione MAXXI ed è Ambasciatrice del “Progetto Rebirth Terzo Paradiso di Cittadellarte” - Fondazione Pistoletto ONLUS.

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