• Edoardo Milesi

Gli antichi edifici di culto, esempio di sostenibilità


L’architettura sacra partecipa in modo determinante alla liturgia, nell’edificio sacro la trasformazione avviene attraverso la catarsi durante la quale lo spazio, assieme al rito, è performante

© Studio Milesi & Archos, Albino (BG)

Il progetto di architettura -l’architettura- nella storia nasce con la religione. È la religione che per prima ha bisogno di progettare lo spazio allo scopo di influenzare i comportamenti, proporre nuovi stili di vita, riorientare i desideri. L’architettura ha questo potere e nell’edificio sacro la trasformazione avviene attraverso la catarsi durante la quale lo spazio, assieme al rito, è performante. Questo fa comprendere la grande responsabilità dell’architetto sui comportamenti sociali. I corpi sono immersi nello spazio fisico e da esso sono profondamente influenzati, una cosa nota a coloro che progettavano i luoghi di culto. L’architettura sacra partecipa in modo determinante alla liturgia, al rito, alla catarsi che come presupposto fondamentale, almeno nella religione cattolica, hanno la trasformazione attraverso il corpo. I riti sono fisici e hanno bisogno di un luogo definito dove la trasformazione possa avvenire.

Il luogo deve pertanto essere in grado di far si che la trasformazione accada (attraverso rito e liturgia) anche in modo inconsapevole. Un linguaggio estetico e simbolico non razionale ma arcano, profondamente radicato nel nostro inconscio. Nello spazio di culto cristiano la celebrazione non avviene attraverso il monumento al divino, bensì mediante la celebrazione del divino nell’azione umana che nel luogo accade grazie anche alla qualità del sito. D’altra parte, l’architettura deve interagire lasciandoci liberi. Deve guidare le nostre azioni, ma comportandosi come fa la natura che non si adatta alle nostre esigenze, bensì adattandoci noi alle sue, abitandola, ne siamo accolti e stimolati. In sostanza lo spazio, assieme ai gesti, ai profumi, agli abbigliamenti, ai canti e ai suoni è uno dei codici della performance rituale. Lui stesso performante e iniziatico, è in grado di innescare la catarsi, partecipare al cambiamento, per questo la sua architettura, che può potenziare il rito, deve produrre esperienza religiosa mediante un progetto particolarmente accurato dove l’arte e la creatività non sono contributi, ma parte della progettazione e della sua necessaria visionarietà.

Complesso monastico di Siloe, Cinigiano (GR) | © Studio Milesi & Archos

Rispetto ai luoghi di culto dell’antichità quelli moderni e contemporanei sembrano privi di energia, meno solenni, meno degni, meno misteriosi, meno trascendenti, in una parola poco mistici. Poco adatti a un cammino di ascesi. I tentativi della Conferenza Episcopale Italiana di controllare la progettazione delle nuove chiese mediante l’affiancamento obbligatorio del liturgista all’architetto non stanno dando particolari benefici in tal senso e questo anche perché architettura e arte sono generatrici di “regole”, pertanto non possono essere imprigionate in una griglia normativa a priori, ne va della loro libertà espressiva e quindi della loro qualità e della loro energia. Nell’età antica (prima del ‘400) l’architetto è il sacerdote -è lui che traccia le città etrusche; Vitruvio è teorico dell’architettura, l’architetto è Augusto.

Le cattedrali romaniche erano costruite dal popolo e questo perché la chiesa era (e ancora lo è) da intendersi come unità di corpo e di spirito, un organismo con un solo cuore e una sola anima, quelli della comunità credente che rappresenta. L’edificio di culto deve comunicare in termini architettonici questa identità unificante e pertanto la sua comunità deve partecipare al processo, non come progettista, e non solo come fruitore, bensì come protagonista. Questa è già una condizione che non appartiene più al nostro approccio progettuale interessato alla rappresentazione e alla trasformazione dello spazio fine a sé stessa. Nel luogo di culto, più che in ogni altro avviene la catarsi, la trasformazione, direttamente proporzionale alla qualità e al numero delle relazioni, per questo la forma deve essere perennemente dinamica e la materia viva, in continua metamorfosi, vibrante. Perché il luogo abbia questa energia, capace di espandere senza inibire, dovrà essere progettato in armonia con l’uomo e le leggi universali della natura, più che costretto da norme necessariamente legate ai tempi.

Interno della Basilica di Sant'Abbondio, Como

In questo sta il grande insegnamento delle architetture antiche. Le componenti di questi luoghi sono: natura, architettura e arte. Il linguaggio è quello dell’armonia nelle proporzioni, nei materiali, nella luce. Via via attraverso l’illuminismo, col crescere della presunzione della scienza l’architetto si confonde con l’ingegnere, con lo specialista. La complessità, per lo più sconosciuta, del mondo delle relazioni cede il passo alla giustificazione razionale dello spazio nella quale emozione e misticismo non trovano posto. Tuttavia, l’architettura di una chiesa ha a che fare con la trascendenza, deve portarci dentro e indicarci una strada, e dentro dobbiamo stare bene. Non è solo un problema di forma e di materiali: è un problema di comunicare certezze mediante emozioni antiche -la luce naturale, espressione dell’eterno e del mutevole- e proporzioni auree che esistono in natura e sono già dentro di noi.

Chiesa di Siloe, progetto | © Studio Milesi & Arcos

Vale la pena riflettere in merito alle cause che determinano questa sostanziale differenza di “energia” tra le nostre chiese e quelle dell’antichità dovute a un diverso approccio alla progettazione. Un differente presupposto che nell’antichità era tutto rivolto a rendere eternamente sostenibile il luogo sacro. Eterno nella fabbrica e nelle sue relazioni con la natura e coi fedeli.

Un’analisi che mi sentirei di ricondurre a tre punti sostanziali:

Costruire con

Nell’età antica (prima del ‘400) l’architetto creatore è Dio col suo sacerdote. La figura dell’architetto come lo intendiamo ora nasce con l’età moderna quando il potere religioso e quello temporale si separano. Prima di questo momento storico cruciale per tutto l’occidente la religione se ne guarda bene dal cedere questo potere all’architetto laico che è in grado di svolgerlo anche in solitudine rispetto al fruitore. Una cosa è fare per qualcuno altro è con qualcuno (Giancarlo de Carlo). Il solco che separa l’architetto dal destinatario finale del progetto inizia a tracciarsi quando Leon Battista Alberti (in De pictura trattando sul portico degli innocenti di Brunelleschi) riduce la complessità del processo architettonico a un disegno dando dignità e autonomia culturale all’architetto e al suo progetto disgiunto dalla fabbrica. Vasari, Alberti, Francesco di Giorgio attraverso il progetto e la sua tecnica non più condivisa iniziano un inesorabile processo di allontanamento dal fruitore finale col quale comunicano a fabbrica conclusa. Via via attraverso l’illuminismo, col crescere della tecnica, della presunzione tecnologica, l’architetto si confonde con l’ingegnere e aumenta il desiderio di modellare lo spazio invece di progettare luoghi. Il solco che separa chi progetta da chi abita diventa sempre più profondo.

Progettare nel tempo

L’architetto moderno tende a progettare lo spazio attorno a Dio, per celebrarlo. Senza rendersi conto che dio con lo spazio (finito) centra poco, ma ha a che vedere col tempo (che è infinito). Dio, nel pensiero aristotelico, non crea lo spazio perché per farlo dovrebbe anch’esso essere finito, bensì lo ordina nel tempo. Lo Shabbat spiega chiaramente la trascendenza di Dio nei confronti dello spazio e la sua immanenza nei confronti del tempo (Dio è tra di noi nel tempo con le sacre scritture). Pertanto, lo spazio sacro non è il monumento a Dio bensì un luogo tenuto eternamente vivo perché le relazioni si mantengano.

Progettare il luogo

La consapevole capacità di trasformare lo spazio in luogo è il punto cruciale della comprensione del nostro mestiere. Capire la differenza tra spazio e luogo è sostanziale. Il luogo esiste grazie alle relazioni e alla loro memoria. In questo senso sta la definizione agostiniana dell’architetto come costruttore di luoghi. L’architetto tramite l’architettura (la forma e la materia) manipola i comportamenti umani, tutto dipende dalla sua capacità di mettere in moto relazioni, non solo tra gli esseri viventi, ma anche con le cose, con la materia attraverso i profumi, la luce, i colori, i suoni e la loro memoria che è già dentro di noi. Una relazione sinestetica tra ogni cosa. In questo senso lo spazio vivo diventa luogo, non più misurabile né nel tempo, né nello spazio (lo spazio è finito, il luogo è infinito). Nello stesso modo per l’architetto il progetto di design può essere un semplice oggetto nello spazio o un simbolo (e quindi un luogo): l’altare un arredo o il significato stesso della religione. La porta è passaggio, soglia, limite, la sua impugnatura da sola può contenere una narrazione. Col simbolo possiamo rappresentare l’inesprimibile.

Chi è | Edoardo Milesi

Architetto, fonda nel 1979 lo Studio Archos orientandosi da subito, attraverso la partecipazione a concorsi di progettazione, verso un costruire fortemente connotato da dettami ecologicamente regolati nell’ambito di una lettura “forte” della realtà. Nel 2008 fonda con un gruppo di artisti e architetti la rivista “ARTAPP” della quale è Direttore. Dal giugno 2009 è presidente del Comitato culturale della Fondazione Bertarelli. Nel 2012 fonda l’Associazione culturale Scuola Permanente dell’Abitare.

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