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I rifiuti raccolti sull'Everest diventano opere d'arte

Il Nepal trasforma la spazzatura raccolta sull'Everest in installazioni artistiche o souvenir per evidenziare il problema ambientale dei rifiuti abbandonati sulla montagna


Rifiuti sul monte Everest | Photo © Getty Images

Tutta la catena dell'Himalaya con il monte Everest, domina il continente asiatico, ed è attrazione di arrampicata per gli scalatori di tutto il mondo e meta di molti turisti. Sono circa sessantamila le persone che percorrono e scalano l’Everest ogni anno, versando sul loro cammino tonnellate di rifiuti. Un triste paradosso: appassionati della natura che distruggono la natura, perché si presume, a torto, che queste persone abbiano un grande rispetto per un luogo così bello e sacro. Alla fatica di percorrerlo o scalarlo dovrebbero aggiungere quella di riportare a valle i rifiuti che producono, con coerenza verso la loro passione, ma non lo fanno. Purtroppo sull'Himalaya da sempre vengono abbandonate tonnellate di spazzatura. Bombole di ossigeno usate, tende strappate, corde, scale rotte, lattine, bottigliette, scatole di cibo, involucri di plastica batterie e deiezioni umane. Un danno ambientale di proporzioni catastrofiche, a cui va aggiunto quello provocato da coloro che hanno pensato di bruciare i propri rifiuti in fosse aperte per non doverli ri-trasportare a valle, provocando così l'inquinamento dell'aria e dell'acqua e la contaminazione del suolo.


Nel 2017 un gruppo di attivisti ambientali ha avviato la costruzione di un centro per la trasformazione dei rifiuti sull'Everest, nella regione del Khumbu all’interno del Parco Nazionale Sagarmatha. Il Sagarmatha Next Center, a quota 3775 metri, ha cominciato ad accogliere artisti e designer da tutto il mondo con l’intento di creare opere d’arte con i rifiuti. Tommy Gustafsson, co-fondatore di questo centro racconta: «Nel 2011 predisponemmo una nutrita spedizione finalizzata alla raccolta dei rifiuti nel Sagarmatha. Allora ne raccogliemmo circa 10 tonnellate, tre delle quali le demmo agli artisti locali. Organizzammo dei seminari di scultura. Furono esposte le opere e 8 sculture furono vendute in un’asta in Europa. Così capimmo che il concetto di creare opere a partire dai rifiuti aveva del potenziale».



Purtroppo di tutti i rifiuti prodotti dall’attività turistica solo il 10% l’anno viene trasformato in sculture e opere d’arte. Il resto è portato a Katmandu dove viene riciclato. «La difficoltà maggiore – spiega Gustafsson - è portare via questi rifiuti. Per farlo abbiamo messo a punto un apposito sistema denominato “Carry Me Back”. In sostanza, riempiamo dei sacchi con plastica e metallo di 1 kg ciascuno e chiediamo ai visitatori o alle guide di portare con sé un sacco fino a Lukla da dove partono i voli per Katmandu.» La sfida perciò è quella di esporre nei musei del Nepal delle installazioni artistiche prodotte con la spazzatura abbandonata, e venderle per creare una nuova economia locale. Ogni opera racconterà la sua storia e la speranza è che diventi un monito teso a sensibilizzare coloro che godono della bellezza di uno dei luoghi più belli e unici del pianeta, e che si impegnino a rispettarlo.

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