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Mind the Map! Disegnare il mondo dall’XI al XXI secolo

Una mostra sull’immagine del mondo, sul tentativo intellettuale umano di disegnare lo spazio terrestre e di vederlo tutto insieme in un’unica rappresentazione grafica


Lopo Homem, Carta dell'emisfero portoghese, Atlas Miller 1519


A Treviso presso lo spazio espositivo Ca’ Scarpa è aperta, fino al 29 maggio, la mostra “Mind the Map! Disegnare il mondo dall’XI al XXI secolo”, a cura di Massimo Rossi, parte del progetto Treviso contemporanea, piattaforma che unisce tre mostre in tre sedi diverse – Ca’ Scarpa, Gallerie delle Prigioni, Chiesa di San Teonisto –, frutto della collaborazione di Fondazione Benetton Studi Ricerche e Fondazione Imago Mundi.

Mind the Map! invita a prestare attenzione alla mappa, a tutte le mappe, che spesso vengono utilizzate, a torto, come sostituti della realtà, con leggerezza e in modo irriflessivo. Prestare loro attenzione significa entrare in mondi con una significativa e articolata complessità.


Divisa in tre sezioni (Non plus ultra, Plus ultra e Theatrum orbis terrarum), la mostra, corredata da un volume (italiano/inglese) con un ricco apparato di illustrazioni, considera i mappamondi di ogni epoca e provenienza come espressioni di convenzioni sociali che hanno imposto confini, decretato l’orientamento a sud, a nord, o a est, reificato i concetti astratti di potenza e dominio, rivendicato con veemenza il proprio posto nel mondo o veicolato intense emozioni di fragilità e bellezza.


Fotografie © Marco Pavan


Dalle mappae mundi ospitate nei libri di preghiere del XIII secolo, alle straordinarie costruzioni cartografiche che dibattono e progettano il mondo dei commerci oceanici nei secoli delle scoperte geografiche, ai tappeti geografici contemporanei, alla mercatoriana mappa del mondo di Google, l’esposizione offre l’opportunità di riflettere sulle dinamiche di costruzione dell’immagine del mondo con la quale quotidianamente ci confrontiamo, per riscoprire gli archetipi che di volta in volta hanno mutato il nostro posto fino a farlo divenire incerto e instabile: dal centro alla periferia, dal rassicurante e convenzionale Nord ai margini della mappa. Gli esemplari esposti sono riproduzioni ad alta definizione, provenienti da biblioteche nordamericane, europee e giapponesi, mentre le tele, gli arazzi e i tappeti geografici del XX e XXI secolo, appartenenti alle collezioni geografiche di Luciano Benetton, sono esposti in originale.



Non plus ultra

Significa non procedere oltre, e rappresenta un paradigma, un modello di valori che ha condizionato per secoli il pensiero e le azioni umane, almeno per quella parte della cultura europea occidentale che fece riferimento a quell’archetipo. Nelle mappe il limite lo vedremo chiaramente identificato nelle Colonne d’Ercole, poste nello stretto di Gibilterra, a rappresentare un confine fisico e mentale invalicabile. Ma occorre tenere presente che l’associazione tra l’impresa erculea e il motto avverrà solo a seguito della diffusione della Divina Commedia.



Plus ultra

Nel XXVI canto dell’Inferno, Dante evoca il viaggio di Ulisse e fa dire all’eroe acheo rivolto ai suoi compagni: “quando venimmo a quella foce stretta dov’Ercule segnò li suoi riguardi, acciò che l’uom più oltre non si metta”. Questo è un monito che evoca un invito alla prudenza, virtù non perseguita da Ulisse. Non plus ultra deriverebbe quindi dal dantesco “più oltre non si metta”, virato prima in francese “plus en oultre ne se mecte”, e poi nel latino “non plus ultra”, per una sua maggiore diffusione. Nel 1516, si deve a Luigi Marliano, letterato, vescovo e consigliere del futuro imperatore Carlo V, la sua trasformazione in “Plus Ultra” e il suo impiego nel nuovo emblema dell’allora principe dei Paesi Bassi e duca di Borgogna.


In mostra sarà visibile l’emblema ancora oggi presente a Barcellona, nello stallo di Carlo V all’interno del coro della cattedrale intitolata alla Santa Croce. La nuova formula “Plus ultra”, prima di celebrare le scoperte geografiche spagnole e il superamento in gloria e fama delle virtù erculee, auspicava la difesa e l’espansione della fede nell’area mediterranea e la liberazione delle coste nordafricane, della Terrasanta e di Costantinopoli dai musulmani. I mappamondi all’interno di questa sezione rappresentano la grande stagione delle scoperte geografiche spagnole e portoghesi.



Theatrum orbis terrarum

Con il frontespizio del primo atlante moderno, il Theatrum Orbis Terrarum di Abramo Ortelio, pubblicato ad Anversa nel 1570, si entra nella terza e ultima sezione della mostra. L’immagine di questo portale classico consente l’accesso alla dimensione di un mondo ormai pressoché interamente svelato e globalmente accessibile, utile per iniziare a riflettere sulle conseguenze derivate dal “modo” di rappresentarlo. Il portale riprende linee architettoniche classiche e rende esplicita la gerarchia secondo la quale l’Europa proclama il proprio pensiero riguardo l’ordine mondiale. L’orientamento a nord, l’eurocentrismo, l’adozione della proiezione di Mercatore (ancora oggi utilizzata dalla piattaforma di Google), codificheranno per secoli il modo di vedere e interiorizzare l’immagine e il proprio posto nel mondo.


Sarà il planisfero elaborato dallo storico tedesco Arno Peters nel 1973 a rimetterne in discussione il disegno con una nuova proiezione che cercherà di rappresentare in modo egualitario tutti i paesi della terra. La presenza in mostra di arazzi e tappeti geografici contemporanei, provenienti da varie parti del mondo, testimonia la fecondità del soggetto “mappamondo” e i profondi significati filosofici che la geografia riesce a trasmettere quando viene interpretata dagli artisti, al di là delle proiezioni geografiche, forse gli unici in grado di ripristinare il dialogo perduto tra luoghi e spazio vissuto dalle comunità umane.




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© Edizioni Archos

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