• Michele Manigrasso

Verde Irenico

C'è un interrogativo che si pongono gli architetti, urbanisti e docenti: ma più verde è più bello?

Immagini courtesy Stefano Boeri Architetti

Il verde è il colore pacificatore nei rapporti tra città e natura. Il verde ci riconcilia con la nostra coscienza, quella di abitanti di un “piccolo pianeta”, un mondo che necessita di cure urgenti per le quali la ricerca della medicina migliore è un campo complesso, aperto e vastissimo. Molti addetti ai lavori – travestiti da abili alchimisti – stanno immaginando il futuro delle città grazie a un “nuovo” farmaco, una pozione verde: una cura da iniettare nelle arterie del pianeta, come bombola di ossigeno per tenerlo in vita. Per provare a salvarlo da una malattia antropica che non conosce precedenti. Che il verde sia il colore simbolo della salute delle nostre città è fatto condivisibile, anzi bisogna incentivare e migliorarne la progettazione come materiale da costruzione, e non strumento ornamentale. Che ben vengano, quindi, le proposte di “forestazione urbana” per bonificare aree inquinate o degradate, dare qualità al telaio degli spazi aperti e pubblici, riconnettendo i tessuti urbani densi alle trame dei territori aperti, dove il costruito lascia spazio alle ecologie del paesaggio naturale.

[...] Si tratta di infrastrutture adattive che influenzano in positivo il micro clima, la qualità degli spazi aperti e ludici, la sanità, la salubrità e la mitigazione del rischio, in riferimento alle ondate di calore, alle alluvioni, alle esondazioni dei corsi d’acqua: fenomeni sempre più frequenti a tutte le latitudini del mondo. Vanno sostenute e promosse tutte quelle iniziative culturali, artistiche e divulgative che lavorano nella direzione di una maggiore e più profonda educazione ambientale, che aiuti a smuovere concretamente le coscienze, di fronte a un futuro incerto e preoccupante. Tra tutte si possono citare alcune interessanti esposizioni recenti: per esempio, la mostra “Broken Nature”, presente alla Triennale di Milano, dal marzo a settembre, curata da Paola Antonelli; oppure, la mostra-archivio “Blind Sensorium”, allestita al Museo Archeologico di Matera dal 7 settembre al 6 gennaio 2020, un’indagine condotta dal fotografo e filmmaker Armin Linke su quello che il premio Nobel Paul Cruzen ha definito “l’Antropocene”.

[...] Più in generale, nelle riflessioni sul passato, quelle che ci proiettano drammaticamente nel futuro, il verde è una presenza implicita, doverosa, consolatoria perché culla le nostre coscienze, alleviando le nostre preoccupazioni. In fondo, il verde è sempre stato definito il colore della speranza. Da questa prospettiva, la questione pone un interrogativo che ci riguarda da vicino, come architetti, urbanisti e docenti: ma più verde è più bello? Di fronte a questa domanda, tutto il filone progettuale che sta fondando il suo credo nel verde incontra critiche, interrogativi insidiosi per chi cavalca l’onda della moda, per essere al passo con lo spirito del tempo. La letteratura in merito si fa sempre più vasta e i protagonisti di questo “nuovo urbanesimo” spesso si espongono e si danno battaglia tramite le pagine di riviste patinate che poco hanno a che fare con una vera cultura della sostenibilità, ma che usano le immagini per ottenere consensi facili, avanzando l’idea di una nuova estetica del “green business” che, per chi scrive, è pura “pornografia” che mortifica la storia dell’architettura.

La preoccupazione vera è nella possibilità che a queste intenzioni di carta faccia seguito un’architettura realmente costruita. Sono ormai tantissimi i progetti che ipotizzano una sorta di maquillage delle città, che spesso indebolisce la logica della sintassi urbana, tra pieni e vuoti, tra oggetti, spazi aperti e arterie. Siamo passati dal “bosco verticale” - per molti, ma non per tutti, manifesto della sostenibilità - all’ipotesi di intere città, alcune di nuova fondazione, dove ogni costruzione è coperta da una patina verde, come se la sola sostenibilità ambientale possa risolvere gli interrogativi che da sempre muovono l’operato dell’uomo e la costruzione del proprio habitat. Come se non ci dovessimo porre più interrogativi e fare ricerca sull’estetica. [...]

In Italia, a differenza di molti paesi europei – tra tutti, Francia, Spagna, Germania, Danimarca – c’è poca attenzione alla disciplina dell’Architettura del paesaggio. Facciamo una certa fatica a costruire una nuova tradizione della didattica progettuale, che riconosca la centralità del paesaggio, e questo si verifica nella cultura dei giovani architetti, nella professione e si palesa ineludibilmente nella costruzione della città.

Abbiamo assolutamente bisogno di promuovere e approfondire questa disciplina che sembra avere potenzialmente la capacità di fare da trade union tra la progettazione architettonica, l’urbanistica e le discipline delle scienze naturali. In fondo, il verde non è per noi architetti, urbanisti e paesaggisti un colore. Il verde è nel “giardino planetario” un materiale vivo che respira e che può aiutarci a dare al mondo una forma differente, senza colpe o pentimenti. [...] Insomma, non è necessario “piantare alberi sui balconi”, ma abbiamo necessità di riaffidare al suolo il suo vero significato di infrastruttura ambientale, spugna che permette alla città di respirare e di ricostruire i cicli idrici naturali, in gran parte compromessi. Riaffermando l’architettura come “opera poggiata”, da ammirare nella sua capacità di stare nella natura in maniera attiva e accadere ogni giorno: partecipando ai processi naturali e ambientali, senza gravare sui metabolismi urbani.

Il cambiamento deve avviarsi dalla presa di consapevolezza che “la città è paesaggio” e come tale deve essere viva, ma non per questo confondersi con la natura o emularla. È necessaria una rivincita dell’architettura, guardando agli insegnamenti del passato, nella direzione della bellezza, quella costruita sui valori ecologici, ambientali e dell’estetica. Un’architettura democratica che nutra l’animo umano, e che sappia educare le nuove generazioni. Ce lo hanno indicato i grandi maestri dell’architettura del ‘900. Le Corbusier tra tutti ha saputo immaginare un’architettura capace di stare nel paesaggio, a volte come infrastruttura, altre volte come oggetto o sistema di corpi: interpretando il suolo come parco permeabile, pensando al clima, al benessere umano e alla sostenibilità, alla scala architettonica e urbana, alla relazione con altri edifici e al paesaggio. Insegnamenti ancora validi e da riscoprire in chiave contemporanea.

Estratto dall'articolo pubblicato su ArtApp 22| IL COLORE

Chi è | Michele Manigrasso

Architetto e Assegnista di Ricerca nel Dipartimento di Architettura di Pescara. Professore a contratto nel Dipartimento di Architettura e Design di Genova. Ha fatto esperienza di ricerca in Canada, Francia e Brasile. Dal 2008 collabora con Legambiente Nazionale con studi sul consumo di suolo e cambiamenti climatici. È autore di numerosi saggi e articoli pubblicati in riviste scientifiche di settore. L'ultimo suo libro, scritto con Edoardo Zanchini, è "Vista mare. La trasformazione dei paesaggi costieri italiani", pubblicato a novembre 2017 da Edizioni Ambiente. Docente nella S.P dCA e co-fondatore di Studio [OPS!] con sede a Pescara e Teramo.

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