• Stefano Semeria

Lo straordinario linguaggio visivo di Gregory Crewdson

Nell’America suburbana delle any town, Crewdson congela istanti di vita qualunque e li sospende in una dimensione onirica


Senza titolo, 2002 | Photo © Gregory Crewdson


La staged photography è uno stile fotografico basato sull’allestimento totale dell’immagine: una composizione verosimile che è però quasi completamente artificiale. Questo genere fotografico ha fatto breccia nella cultura popolare negli anni '80 del secolo scorso grazie a grandi nomi come Cindy Sherman, Jeff Wall e Hiroshi Sugimoto, fra gli altri.


"The Shed", 2013 | Photo © Gregory Crewdson


Gregory Crewdson è uno dei principali esponenti di questo movimento artistico. Nato a Brooklyn nel settembre del 1962 ha da sempre subìto l’influenza culturale della sua città. All’età di 10 anni, il padre psicanalista lo porta a una mostra fotografica di Diane Arbus e qui la sua fascinazione per il mondo della fotografia inizia a svilupparsi. Giovanissimo, è musicista nella band "The Speedies" il cui più grande successo Let Me Take Your Photo fu poi profeticamente utilizzato dalla Hewlett Packard per la pubblicità di una fotocamera.


Senza titolo, 2004 | Photo © Gregory Crewdson

Dopo aver studiato fotografia al college si laurea in Belle Arti a Yale e da qui inizia la sua carriera come docente fino agli anni '90 quando diventerà artista a tempo pieno. I suoi set sono dettagliatissimi ed elaborati, sono case, paesaggi, interni e quartieri che descrivono un’America alienata, disturbante e malinconica, che rimanda ai quadri di Edward Hopper e al cinema di David Lynch.


Philip Seymour Hoffman | Photo © Gregory Crewdson


I set allestiti per gli scatti di Gregory Crewdson prevedono spesso la ricostruzione totale in teatro di posa, richiedendo il lavoro di decine di persone tra scenografi, truccatori e tecnici, arrivando a budget elevatissimi. Negli anni, molti personaggi famosi sono stati ospitati del mondo fotografico di Crewdson: da Philip Seymour Hoffman a Gwyneth Paltrow e Julianne Moore.


"The Haircut", 2014 | Photo © Gregory Crewdson

Le sue opere, sempre stampate su grande formato, sono inquadrature larghe, completamente a fuoco in ogni punto, lo sguardo dello spettatore si perde in queste finestre spalancate su attimi congelati nel tempo, ignaro del prima e del dopo, ma coinvolto in un’emozione irrisolta.



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