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Paura e Natura

La paura nei confronti della Natura induce l'uomo a riconoscerne la profonda sacralità che contraddistingue colei che senza indugi e senza preferenze fa sparire intere specie di esseri viventi, liquefa montagne, fonde ghiacciai, sbriciola continenti, asciuga oceani


Katsushika Hokusai, Tsunami, 1830 circa


Recentemente al Monastero della comunità di Siloe, in occasione della diciassettesima giornata dedicata al Creato, ho chiesto ai teologi presenti perché la natura non facesse più paura. Perché la nostra ancestrale paura del futuro non riconosce la Natura, spietata e amorevole nello stesso tempo, come la nostra principale preoccupazione. Deus sive natura scrisse Spinoza e questo gli costò l’onta dell’ateo, ora l’enciclica Laudato si di Papa Francesco ci riporta a considerare Natura e Dio come un’unica cosa della quale certamente aver cura. Ma aver cura, prendersi cura è, in qualche modo, provare compassione, è sentirsi superiori, più forti e capaci di sorreggere. Aiutare la Natura a rialzarsi (!?!). Certamente Lei riderà di questa nostra irrinunciabile presunzione.


Da sempre ci difendiamo da lei che ci mette al mondo per toglierci la vita a suo piacimento e ora siamo impegnati soprattutto a contenere il potere dell’uomo su di lei. Ci spaventa la morte, ci spaventano le guerre, le malattie, recentemente il potere spesso incontrollato dell’uomo sulla Natura, come se tutto questo non ne facesse parte. Si dice che la Natura oltraggiata non perdona. Intollerabile è credersi superiori, magari perché più vicini di Lei a chi l’ha creata. L’uomo simile al creatore della Natura e, per questo, nessun altro essere è più intelligente di lui. Da tre anni stiamo combattendo contro un “insignificante” virus senza capire che la sua intelligenza agisce non tanto sul nostro corpo quanto sulle nostre menti dando forma a comportamenti e immaginari che tendono a disgregarci attraverso la paura dell’altro. Puntiamo tutto sugli strumenti tecnologici dei quali ci siamo dotati, ma che sono frutto di una piccola parte del nostro potenziale

cognitivo.


È forse il caso di intervenire sulle premesse culturali che ci hanno portato sin qui? Sul termine natura convergono due differenti concetti: uno fa riferimento all’Universo, ossia all’insieme degli oggetti e dei fenomeni che ci circondano, l’altro, ben più articolato nel pensiero filosofico, indica l’insieme delle proprietà che fanno di ogni essere quello che è. Nella cultura occidentale la Natura è creatura, è sostanza, ha in sé il principio del movimento, si distende nella spazialità e nella temporalità. Indifferente, madre o matrigna

ci accoglie e ci accompagna. Nella cultura estremo orientale (Cina, Giappone, Vietnam, Corea) invece, la Natura non è creata, ma generata. La prospettiva è totalmente e radicalmente diversa: la realtà non è essere ma divenire, non si manifesta nella sostanza, ma nella relazione, non si realizza nella necessità causale, ma nella originale spontaneità, non può essere posseduta e deve essere rispettata, non si impone, è effimera e

transitoria. Non vale il principio di identità ma quello della complementarità dinamica in cui i termini della dialettica si equivalgono: non c'è l'essere senza il non essere, il prima senza il poi, il qui senza il là, il bello senza il brutto e in una espressione lo yang senza lo yin, il maschile senza il femminile.


Cartina di tornasole di questa dualità sono i diversi orientamenti del pensiero politico. In occidente si manifesta il primato dell'individuo mentre nell'estremo oriente si impone il primato della collettività.

È per lo più la paura che ci incute rispetto nei confronti di qualcuno o qualcosa. Solo la paura nei confronti della natura può indurci a riconoscerne la profonda sacralità che contraddistingue colei che senza indugi, senza preferenze, senza pena, senza esprimere alcun sentimento, dà e toglie la vita a suo piacimento. Fa sparire intere specie di esseri viventi, liquefa montagne, fonde ghiacciai, sbriciola continenti, asciuga oceani, congela pianeti.


Cosa è l’uomo di fronte a tutto questo se non un insignificante manifestazione del tempo

che è, e a breve non sarà più. La paura del futuro contraddistingue le epoche più buie della storia dell’uomo nelle quali il pensiero della morte era onnipresente. La Natura era temuta e considerata sacra perché portatrice di vita e di morte in modo del tutto discrezionale al punto da doverla quietare con sacrifici di esseri viventi, non esclusi gli umani. Da qualche secolo è la scienza che ci fa credere di poterla controllare, con modi a volte non meno cruenti e questo ci ha convinto a non temerla e spesso a maltrattarla.


È dalla paura, secondo Aristotele, che muove la filosofia: gli uomini sono spinti a filosofare della thâuma che traduciamo con un significato vicino a “meraviglia”, ma anche a stupore attonito per ciò che è strano, mostruoso, imprevedibile, orrendo. Insomma, che ammiriamo e temiamo perché non ne conosciamo le cause e ciò ci crea angoscia e terrore. La filosofia - come epistème - è il primo grande riparo contro il terrore, salvo credere a Nietzsche quando afferma che per l’uomo moderno, liberarsi dal timore a dall’inquietudine

provocati dall’imprevedibile, è stato un rimedio peggiore del male. Prevedendo e anticipando il divenire si finisce col cancellarlo e col cancellare, insieme a esso, la vita stessa dell’uomo.


Sempre Aristotele, osserva che anche la creazione dei miti ha a che fare con la nostra pacificazione nei confronti della paura del divenire della vita. Il mito - come le religioni - predispongono un’interpretazione stabile dell’universo facendo perdere l’imprevedibilità terrorizzante agli eventi, adeguandoli all’ordine cosmico enunciato dal mito. La conoscenza mitica delle cause e degli eventi è un rimedio contro il terrore

dell’imprevedibile (Emanuele Severino Riepilogo Lo sviluppo storico e le sue fonti, Sansoni Editore, Firenze 1991). È anche vero che la paura ha condizionato le nostre scelte migliori: è stato il terrore nei confronti del territorio libero a spingere l’uomo a inventare la città, costruendola sulla solidarietà di uomini liberi e diversi. È per lo più la paura ad attivare, attraverso l’amigdala, quella che Goleman ha definito intelligenza emotiva in grado di innescare in tempo reale le reazioni più intime, più audaci, insomma più vere.


Ma la paura, che ci spinge alla solidarietà e alla fratellanza ci costringe a scegliere tra coloro che ci possono essere utili e chi no. Seleziona i nostri sentimenti, li filtra attraverso maglie corrose e tessuti lacerati dai

sentimenti più bassi. È una trappola per la parte razionale del nostro sistema cognitivo sempre in lotta con quel 90% di intelligenza emotiva che cerca di salvare il nostro corpo prima di quello degli altri. “Tra tutti gli esseri viventi solo l’uomo può sottrarsi dal compito naturale di porre la propria individualità al servizio della specie…a volte anche esplicitamente contro l’interesse della specie. È precisamente per questo che noi abbiamo da sempre bisogno di etica” (Vito Mancuso La forza di essere migliori, Garzanti Editore).


Secondo Hannah Arendt etica ed estetica si fondono, anzi è l’estetica a guidare l’etica dei nostri comportamenti scegliendo tra disgusto (quello che consideriamo sporco) e gusto (quello che ci piace). L’etica quindi, avere o no una vita virtuosa, si gioca tra gusto e disgusto, pertanto una questione estetica (l’amore per la bellezza della pulizia). La virtù quindi non come sacrificio e senso del dovere, ma come fascino e creatività basato su una sensazione che i greci definivano aísthēsis (passività, apertura a ricevere

qualcosa di più grande dell’io) e che Kant definisce come qualcosa che la nostra razionalità non riesce a comprendere, ma che esiste. Così il progetto di architettura, l’arte di abitare la Natura, trasforma lo spazio generando sistemi di relazione. Controlla lo spazio attraverso la geometria e la relazione affettiva,

attraverso l’etica (estetica) e, guardando al futuro, non può temerlo.

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© Edizioni Archos

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